Desiderio di fuga dalle città
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Desiderio di fuga dalle città

di Enzo SCANDURRA, “il manifesto“, 3 maggio 2020

La pandemia in corso sta creando il desiderio diffuso di allontanarsi (provvisoriamente o no) dalle città, evocando la storica contrapposizione tra città e compagna. L’ideologia antiurbana, l’odio contro misfatti, si snoda nei secoli, almeno dal Quattrocento ad oggi. I suoi più illustri rappresentanti furono, nel tempo, Torquato Tasso (la città come luogo d’ira), i fisiocratici: Quesnay e Turgot (la città come luogo del lusso e dei consumi), fino a Charles Fourier (che ideò il Falansterio), Jean Batiste Godin, Robert Owen, Etienne Cabet, Owen per arrivare ai nostri giorni, stemperandosi nelle proposte delle città-giardino (Garbatella, Montesacro vecchio) che avrebbe dovuto risolvere il conflitto storico tra città e campagna.

Ne Il manifesto del Partito comunista del ’48, Marx ed Engels liquidarono le utopie ottocentesche, attaccandole per le loro caratteristiche radicali e la fondamentale natura antistorica. Il processo di agglomerazione urbana (la nascita delle città industriali) veniva letto da Marx come condizione necessaria, storica e quindi non eterna, della missione “civilizzatrice” del Capitale, per strappare le persone dall’idiotismo della vita rustica e rendere possibile la socializzazione delle esperienze, in pratica la formazione della coscienza di classe. La storia moderna, affermerà Marx nei Grundrisse, è urbanizzazione della campagna e non, come nell’antichità, ruralizzazione della città.

L’utopia antiurbana, meglio sarebbe dire il desiderio di fuga dalla città, viene riproposta oggi in vari articoli di stampa (vedi l’intervista a Stefano Boeri sulla necessità di “tornare” ai borghi italiani e il conseguente dibattito che ne è scaturito), come ritorno ai luoghi salubri, lontano dalla pandemia che impazza nelle grandi città.

Ciò che la pandemia ha messo in luce in realtà non è la riproposizione di un’utopia antiurbana con tutta la sua carica ideologica di rifiuto del progresso e delle fabbriche, ma piuttosto un’insopportabilità delle condizioni di vita cui siamo costretti dalle regole della produzione e dello sviluppo ad ogni costo. Il distanziamento sociale adottato non fa altro che aggravare la privatizzazione di spazi pubblici dove è possibile l’incontro delle persone.

L’abitare non si riduce semplicemente ad avere un appartamento (con tutto il rispetto per quelli che nemmeno lo possiedono), abitare significa vivere in un luogo, un paese, una piazza, una strada. Tommaso Montanari riportava la celebrazione di un matrimonio nel quale il sacerdote (David Maria Turoldo) diceva agli sposi: fate una casa non un appartamento e lo scrittore Francesco Piccolo affermava: abito in una città del sud e per questo dimentico gli ombrelli, a conferma che l’abitare si estende ben oltre il perimetro della propria casa.

Le nostre grandi aree metropolitane sono spazi attraversati da flussi di merci, di informazioni, di dati ma nessuno di noi abita i flussi. Adriano Olivetti contestava l’irresponsabilità delle multinazionali, organizzate sul principio della a-territorialità, anziché verso le comunità locali e diceva: «È nella comunità che la gente nasce, vive, lavora, si sposa e muore». Milano è considerata l’esempio della modernizzazione; le sue recenti realizzazioni urbanistiche ed architettoniche. Citylife, piazza Gae Aulenti, il Bosco verticale, sono portati ad esempio di spazi moderni. In realtà sono piazze artificiali contornate (Citylife) da appartamenti lussuosi abitati da fantasmi e circondati di mura di cinta a proteggere la privacy dei loro ricchi abitanti fantasma.

La pandemia, tra le altre cose, dovrebbe metterci in guardia di come l’abitare che significa anche costruire come già ci ricordava Heidegger, può tuttavia trasformarsi in una costruzione distruttiva, la distruzione del mondo naturale. Perché il nostro abitare, l’abitare dei moderni, è ortogonale alle leggi della natura: distruggiamo ambienti vitali, deforestiamo, cementifichiamo, intubiamo corsi d’acqua, riduciamo la complessità del vivente, la biodiversità. Dovremmo piuttosto abitare nel rispetto della natura: non Grandi Opere, ma foreste di alberi (orizzontali però), strade pedonali, mezzi pubblici, coltivazione di orti anziché parcheggi. Così il desiderio di ri-tornare alla campagna non sarebbe più così forte e potremmo apprezzare il vivere in città e godere delle sue bellezze.