Bologna. Quarant’anni da “Il libro Paradiso”
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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Bologna. Quarant’anni da “Il libro Paradiso”

Lettera di Vittorio BOARINI –

12 febbraio 2017

Cari amici,

leggendo la stampa e seguendo la TV, uniche fonti informative anche per me che abito a Bologna, ho fatto alcune riflessioni, che voglio condividere con voi, partendo dalla reazione degli studenti ai provvedimenti delle autorità accademiche tesi a regolare gli accessi alla biblioteca di via Zamboni 36.

Tale reazione, che sta a monte dei disordini ancora in corso nel centro cittadino, può essere discutibile, ma ciò non toglie che tutta la vicenda sia la conseguenza e di un profondo disagio sociale, di cui gli studenti in qualche modo si fanno interpreti, e della ferita mai sanata inferta nel 1977 al corpo sociale dalle “larghe intese” ante litteram fra la borghesia e la sinistra tradizionale, specialmente il PCI.

Il sindaco Merola, citando maldestramente Marx, dice che rispetto ai moti del settantasette questa è una farsa. Ma anche un intellettuale serio come Carlo Galli parla di inutili punture di spillo rispetto al movimento di massa di allora.

A mio avviso non si deve togliere valore politico all’operato degli studenti, con la conseguenza di ridurre il tutto a un problema di ordine pubblico (ultimo rifugio da sempre della destra). Il sintomo che quella ferita non si è rimarginata, anzi si è allargata e proprio per questo i dissidenti sono sempre più minoranza e sempre più soli, si manifesta inevitabilmente nella forma della rivolta anarchica. Ma se gli studenti e la forze dell’ordine si scontrano nelle biblioteche e nelle strade significa che la società è malata e non trova altra cura che la violenza poliziesca contro il sintomo ignorando la malattia.

La disoccupazione giovanile al 40% non è forse una patologia gravissima?

Di ciò non hanno, certamente, alcuna responsabilità diretta il Comune e l’Università di Bologna, ma non è forse vero che si vuole, proprio in vista dei quaranta anni dall’uccisione di Francesco Lorusso, sfrattare l’ultimo centro sociale giovanile, XM24, operante da anni in una sede pubblica per insediarvi una caserma di carabinieri?

D’altra parte, quando un altro attivissimo centro sociale, Barthleby, fu estromesso manu militari dall’Università il comune gli offrì in alternativa un’impraticabile sede all’estrema periferia della città. Sommiamo a tutto ciò l’imminente privatizzazione delle biblioteche comunali e tiriamo le somme. Parziali, ovviamente, perché vi è molto altro. Ma già la conclusione è semplice: negli ultimi quaranta anni le istituzioni cittadine, coerentemente con il contesto socio-politico generale, hanno sempre più spinto i dissidenti nella forbice fra sottomissione e rivolta, mentre aumenta il disagio sociale e lo stato diviene sempre più autoritario.

Possiamo noi fare qualcosa?

Nel settantasette un gruppo di intellettuali diede vita a “Il cerchio di gesso”, una rivista radicalmente critica verso l’establishment, che ebbe una vita intensa ma breve. Nel primo numero Roberto Roversi pubblicò una poesia, Il libro Paradiso; eccone alcuni versi:

A che punto è la città?
La città si ferisce
camminando
sopra i cristalli di cento vetrine
. . . . .
Commendatori adirati
perché le vetrine son rotte
I tramvieri incazzati
perché le vetrine son rotte
. . . . . .
Carabinieri schierati
perché le vetrine son rotte
Sessantamila studenti
perché le vetrine son rotte
Massacrati di botte
perché le vetrine son rotte
. . . . . . . .

Le vetrine a Bologna valgono ancora più che nel 1977?

Vittorio Boarini