Officina dei saperi | Alternanza scuola-lavoro. L’università si adegua, al ribasso
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Alternanza scuola-lavoro. L’università si adegua, al ribasso

di Amalia COLLISANI –

Credo che l’articolo sull’alternanza scuola-lavoro di Piero Bevilacqua è così ben scritto e costruito, aperto ad ampio raggio su tutte le problematiche inerenti, del tutto privo di irrigidimenti ideologici, come invece può accadere su un tema come questo, che paradossalmente non riesce a stimolare il dibattito, specialmente in un insieme sufficientemente coerente come immagino sia quello che frequenta l’Officina dei saperi.

Mi limito allora, per accogliere l’invito di Bevilacqua, a citare un’affermazione di Einstein tratta da uno scritto del 1936, pubblicato nel 1950 (Out of My Latr Years) tradotto e pubblicato in Italia per Boringhieri nel 1965 (Pensieri degli anni difficili: Dell’educazione). Non si tratta soltanto di una concezione ancora attuale ma di un principio fondamentale (presente e articolato anche questo, per altro, nell’articolo di Bevilacqua):

«Intendo respingere l’idea che la scuola debba insegnare direttamente quelle conoscenze specializzate e quelle cognizioni che si dovranno usare poi direttamente nella vita. Le esigenze della vita sono troppo molteplici perché appaia possibile un tale insegnamento specializzato nella scuola. A parte ciò, mi sembra poi discutibile trattare gli individui come degli strumenti senza vita. La scuola dovrebbe sempre avere come suo fine che i giovani ne escano con personalità armoniose, non ridotti a specialisti. Questo, secondo me, è vero in certa misura anche per le scuole tecniche, i cui studenti si dedicheranno a una ben determinata professione. Lo sviluppo dell’attitudine generale a pensare e giudicare indipendentemente, dovrebbe sempre essere al primo posto, e non l’acquisizione di conoscenze specializzate. Se una persona è padrona dei principi fondamentali del proprio settore e ha imparato a pensare e lavorare indipendentemente, troverà sicuramente la propria strada e inoltre sarà in grado di adattarsi al progresso e ai mutamenti più di una persona la cui istruzione consiste principalmente nell’acquisizione di una conoscenza particolareggiata».

Qualcosa desidero aggiungere, però riferendomi alle Università per le quali lo scorso 12 dicembre la ministra uscente, Giannini, ha firmato il decreto n. 987, Autovalutazione, valutazione, accreditamento iniziale e periodico delle sedi e dei corsi di studio universitari, che nell’art. 8 autorizza l’istituzione in via sperimentale di corsi di laurea ad orientamento professionale.

Questo, che potrebbe sembrare – e in parte lo è – un provvedimento con risvolti diversi da quelli che implica l’alternanza scuola-lavoro, perché non così strettamente in relazione con la formazione di base, contiene anch’esso motivi di preoccupazione, coerenti per altro con l’impoverimento formativo e critico che sottende queste operazioni di finta apertura “al territorio”, e coerente anche con i principî cui obbediscono i criteri di valutazione che si sono andati imponendo in questi anni.

Si tratta grosso modo della sostituzione di almeno 50 fino a un massimo di 60 crediti formativi universitari (vale a dire da 1.250 a 1.500 presunte ore di studio, a lezione e a casa: da 5/6 all’intero del totale orario di studio di un anno accademico) con 50-60 crediti formativi di attività di tirocinio curricolare in imprese e aziende qualificate convenzionate con gli Atenei.

Non v’è chi non veda lo scarso conto in cui vengono tenuti studi che possono essere sostituiti con una attività di tirocinio che rischia di essere, per motivi pratici di attuazione, infinitamente più breve, e che dovrebbe aggiungersi semmai alle ore di lezione e di studio. Ma forse di questo, purtroppo, non dobbiamo dolerci troppo. Bisogna tener conto che il numero delle ore di studio di un credito formativo è convenzionale, e non può non esser tale, e che uno dei criteri della valutazione dei corsi di studio è la “velocizzazione”, vale a dire il minor tempo occorrente agli studenti per arrivare alla laurea (“la percentuale di studenti che abbiano acquisito almeno 40 crediti nell’anno solare” e “la percentuale di laureati entro la durata normale dei corsi”), un criterio che possiamo, ritengo a buon diritto, chiamare “facilitazione”. Viene il dubbio che i nuovi Corsi sperimentali professionalizzanti vengano incontro a questa esigenza.

E non si dimentichi che non si tratta solo di una facilitazione per gli studenti: il docente che viene invitato, nell’interesse del Corso di studi e dunque dell’Ateneo in cui insegna, a rendere più veloce il percorso di apprendimento della sua disciplina, ne abbassa il livello fornendone i caposaldi così detti istituzionali: un livello da manuale privo di qualsiasi stimolo alla riflessione critica. In questo modo potrà, per esempio, meglio dedicarsi ad attività professionali più remunerative.

Tuttavia non è questa la sola conseguenza dell’istituzione delle lauree professionalizzanti, c’è anche da considerare la rete di convenzioni che un Ateneo dovrà allacciare con aziende e imprese per collocare ogni anno 50 studenti (i corsi professionalizzanti sono a numero chiuso e 50 è il numero massimo consentito) per i quali esse devono offrire anche tutor adeguati. Sarà molto difficile, qualunque numero di ore si vogliano attribuire a un credito formativo maturato con tirocinio, attuare accordi del genere nelle regioni economicamente deprivate. Sarà un altro motivo di fuga degli studenti dal Meridione verso il Nord, sia che essi aspirino a un corso di studi più applicativo sia che vogliano facilitarsi e abbreviarsi il percorso. Ma anche questo aspetto, il numero di studenti iscritti in un Ateneo che provengono da altre regioni – “l’attrattività” – è un criterio di valutazione.

Nessuno si aspetta che la valutazione negativa dei Corsi di studio e di un Ateneo comporti una maggiore attenzione ministeriale e un più cospicuo finanziamento, come dovrebbe essere per permettere a tutti i giovani del paese, vale a dire ai giovani di ogni parte del paese, di usufruire, come è loro diritto costituzionale, di un uguale livello d’istruzione. Tutti sappiamo e accettiamo invece che i finanziamenti ministeriali aumentano in base ad una migliore valutazione, funzionando come premio che si conferma destinato alle regioni più ricche.

Saluti a tutti

Amalia Collisani

[sull’alternzanza scuola-lavoro, oltre all’articolo di Piero Bevilacqua richiamato in apertura, si vedano i contributi di Laura Marchetti e Tiziana Drago]