QUALITÀ O QUANTITÀ? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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QUALITÀ O QUANTITÀ? da IL MANIFESTO

I «concimi» tossici che avvelenano i suoli

Inquinamento. La procura di Brescia ha scoperto che in un anno un’azienda (Wte) ha sparso 150 mila tonnellate di fanghi tossici sui terreni di 176 aziende agricole

Francesco Bilotta  08.07.2021

La pratica di spargere sui terreni agricoli i fanghi che derivano dal trattamento delle acque civili e industriali è stata sempre vista con preoccupazione da parte di chi persegue una agricoltura libera da veleni. Non si è mai fatta una seria valutazione sui rischi che i fanghi di depurazione possono comportare per la salute umana e l’ambiente, limitandosi a celebrare il loro potere fertilizzante. La recente indagine della Procura di Brescia ha portato alla luce le dimensioni del disastro ambientale che si è prodotto in vaste aree agricole a causa dell’impiego di fanghi tossici. Dalla mappa dei territori contaminati emerge che è il cuore produttivo dell’agricoltura italiana ad essere colpito.

L’INCHIESTA HA EVIDENZIATO che tra il 2018 e il 2019 ben 150 mila tonnellate di fanghi tossici, provenienti dall’azienda bresciana Wte, sono stati sparsi su 3 mila ettari di terreni di 176 aziende agricole di Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna. Sono 12 le province e 78 i comuni coinvolti nelle quattro regioni. Sono 31 i comuni della provincia di Brescia, 14 in quella di Cremona, 11 nell’area milanese. Abbiategrasso, Magenta, Legnano, Parabiago, comuni in cui sono stati riscontrati gli spandimenti, sono alle porte di Milano. I suoli avvelenati si trovano anche nel pavese, in provincia di Como, nel vercellese, nel piacentino, a Novara, Verona. Una vasta area in cui vivono milioni di persone.

SI TRATTA DI TERRITORI IN CUI si è affermata una agricoltura intensiva che ha messo al centro di tutto la produttività, obiettivo perseguito facendo ricorso a un grande impiego di fertilizzanti sintetici e pesticidi. Anche il massiccio utilizzo di fanghi di depurazione, per fertilizzare i terreni a costi contenuti, rientra in questa logica. L’azienda Wte trattava nei suoi stabilimenti i fanghi di depurazione allo scopo di ottenere fertilizzanti, ammendamenti e correttivi per l’agricoltura. Per invogliare gli agricoltori a prendere i suoi prodotti, arrivava a farsi carico dei lavori di aratura successivi allo spandimento. Il traffico di fanghi andava avanti da anni tra la protesta dei «comitati antipuzza» e senza alcun intervento da parte delle autorità sanitarie.

IL PROBLEMA E’ CHE MANCA una tracciabilità dei fanghi, i controlli sono casuali, non si sa cosa contengono e quando e dove vengono sparsi. Scrive il Gip di Brescia Elena Stefana nella sua Ordinanza: «Nei campioni in uscita dall’azienda e che sono stati sparsi sui terreni, le sostanze inquinanti (fluoruri, solfati, cloruri, nichel, rame, selenio, arsenico, idrocarburi, zinco, fenoli) erano decine, se non centinaia di volte superiori ai parametri di legge». Nell’inchiesta si fa riferimento all’espressione usata nel corso di una telefonata da uno degli indagati: «Chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuta sui fanghi…».

PER QUEST’ANNO LA RACCOLTA DEL MAIS è stata bloccata e le aziende agricole sono state poste sotto sequestro per valutare il livello di contaminazione dei suoli e intraprendere le necessarie opere di bonifica. Si tratta di una attività complessa per la vastità dell’area e perché si deve intervenire sui primi 30 cm di suolo, che corrispondono a un totale di 10 milioni di metri cubi di terreno. Ma come si è arrivati a questo impiego generalizzato di quello che viene definito con l’accattivante termine di «fango biologico di depurazione»? Come si è affermata questa pratica di spandimento incontrollato sui terreni agricoli? Quale è stato il percorso che ha portato l’Italia ad essere il paese europeo che detiene il primato per la quantità di fanghi tossici sparsi nei campi, oltre ad essere il paese che fa più uso di fertilizzanti sintetici e pesticidi?

SECONDO LA NORMATIVA ATTUALE i fanghi di depurazione, dopo aver subito un adeguato trattamento, possono essere destinati al settore agricolo o utilizzati per produrre energia. Il sistema più utilizzato è lo spargimento sui terreni agricoli. Il decreto legislativo n.75 del 2010 rende possibile trasformare i fanghi di depurazione in fertilizzanti, dopo il trattamento con calce viva (ossido di calcio) per igienizzarli. Ulteriori trattamenti portano alla formazione di prodotti che sono definiti «gessi di defecazione» o «carbonati di defecazione», largamente impiegati nei terreni agricoli.

IN ALCUNE REGIONI COME LA LOMBARDIA il 95% dei fanghi di depurazione viene trasformato in gessi di defecazione da destinare al settore agricolo. Questi prodotti, inseriti nella normativa nazionale come fertilizzanti per correggere il pH dei terreni eccessivamente acidi o alcalini, sono usati in modo incontrollato. La normativa è carente sia per quanto riguarda la tracciabilità che per il controllo presso gli impianti dove vengono trattati i fanghi. Inoltre, manca una rilevazione delle aziende agricole che li utilizzano. Non c’è alcun obbligo di effettuare l’analisi chimico-fisica dei suoli prima e dopo lo sversamento.

NEL 2017 E’ STATO COSTITUITO il Comitato tutela dei suoli agricoli lombardi con lo scopo di imporre la tracciabilità dei gessi di defecazione e di tutti i prodotti che derivano dai fanghi di depurazione. La filiera agricola italiana deve fare i conti con l’inquinamento dei suoli dovuto ai fanghi di depurazione che contengono idrocarburi, metalli pesanti e altri inquinanti come antibiotici, ormoni, composti organici proveniente da detergenti. Numerosi convegni hanno celebrato in questi anni questa «economia circolare» dei rifiuti provenienti da acque reflue che si trasformano in risorsa per l’agricoltura. In realtà, i campi non hanno tratto grandi benefici da un punto di vista della fertilità, mentre è cresciuto il livello di inquinamento dei suoli. Lo spandimento dei fanghi di depurazione è diventato una delle attività più redditizie, con forti pressioni sugli agricoltori per convincerli a mettere in atto questa pratica.

SECONDO L’ISPRA, OGNI ANNO IN ITALIA si producono circa 3 milioni di tonnellate di fanghi civili e 700 mila tonnellate di fanghi industriali. Nessuno è in grado di dire con esattezza quanti di questi fanghi finiscono nei campi. In questi anni i vari governi non hanno affrontato il problema. Nel 2018 la denuncia degli abitanti di alcuni comuni delle province di Pavia e Lodi aveva portato ad una sentenza del Tar della Lombardia che vietava lo spargimento dei fanghi sui terreni agricoli della regione. Le prese di posizione dei gestori degli impianti di depurazione e dei Comuni, che avevano difficoltà nello stoccaggio dei fanghi, spinsero il governo a trovare un posto per i fanghi nel «Decreto Genova», varato all’indomani del crollo del ponte Morandi.

VENIVANO AUMENTATI DI 20 VOLTE i limiti consentiti nei fanghi per gli idrocarburi, passando da 50 mg a 1000 mg per chilogrammo. Da allora la situazione è peggiorata e la questione fanghi è sempre più all’ordine del giorno. Non si può chiedere tutto al Recovery fund, ma è necessaria l’adozione di un piano nazionale per ridurre la produzione di fanghi di depurazione, come avviene per i rifiuti solidi urbani, favorendo l’utilizzo di metodi di fitodepurazione da parte degli enti locali e delle imprese nel trattamento delle acque civili e industriali.

LA GUERRA AL BIODINAMICO È CONTRO NATURA

Intervista. Una maggiore qualità a costi minori. E le pratiche naturali non fanno male alla salute come i pesticidi. Intervista al chimico agrario Alessandro Piccolo

Manlio Masucci  08.07.2021

Nel dibattito in corso sull’agricoltura biodinamica, ha destato scalpore l’intervento della senatrice a vita Elena Cattaneo, pronta a riaprire i tribunali dell’inquisizione con tanto di clichet seicenteschi inneggianti alla stregoneria, all’alchimia e all’esoterismo. Una narrazione pittoresca che ha però avuto il merito di accendere l’attenzione su alcuni aspetti specifici della biodinamica. Quali sono le basi scientifiche su cui poggiano la ricerca e la pratica biodinamica? Quali sono gli interessi economici delle lobby dell’agribusiness che fomentano i nostri politici contro il biologico e il biodinamico nonostante le chiare indicazioni dei mercati e dalla Commissione europea? Cosa è più dannoso per ambiente e salute umana, un preparato naturale biodinamico o un erbicida chimico come il glifosato, strenuamente difeso proprio dalla senatrice Cattaneo, nonostante lo Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) lo abbia definito come «probabile cancerogeno»?
Ne parliamo con Alessandro Piccolo, professore di Chimica agraria ed ecologia presso l’università Federico II di Napoli, considerato uno dei massimi esperti internazionali in materia. Insignito del premio per la chimica dalla prestigiosa fondazione tedesca Alexander von Humboldt per le ricerche sulla chimica dell’Humus, è fra i fondatori della Società Italiana di Scienze Biodinamiche (Sisb) ed è Chief Editor della rivista Chemical and Biological Technologies in Agriculture.

Professor Piccolo, cosa risponde a chi accusa la biodinamica di non avere basi scientifiche ma essere piuttosto assimilabile alla stregoneria?

È sorprendente constatare che illustri scienziati italiani debbano ricorrere a termini così anacronistici per attaccare il settore. Le pratiche biodinamiche sono sì legate a conoscenze ancestrali sulla trasformazione della sostanza organica naturale, ma hanno dato un riscontro obiettivo in quanto migliorano la qualità dei suoli agricoli e quella dei relativi prodotti agroalimentari. Ci troviamo di fronte a un nuovo sistema emergente che richiede di oltrepassare i limiti dello scientismo riduzionistico corrente e di sviluppare un approccio scientifico olistico da applicare a sistemi complessi multifasici, come quello agrario. Invece di invocare una nuova caccia alle streghe, si dovrebbero ricordare di essere scienziati e sostenere la ricerca innovativa invece di ostacolarla.

Cosa mi risponde se le dico la parola cornoletame?

Si tratta di un processo naturale di biotrasformazione di diversi materiali biologici in humus. Gli involucri in cui racchiudere i preparati biodinamici affinché umifichino, cioè affinché le biomolecole presenti nel letame e nelle essenze vegetali si trasformino in un insieme supramolecolare di nuovi metaboliti altamente bioattivi, hanno il ruolo di limitare la diffusione dell’ossigeno, esattamente come negli insaccati così comuni sulle tavole italiane. L’humus del preparato 500, il famigerato e malamente denominato cornoletame, è quindi un humus compostato da batteri e ricco di metaboliti altamente bioattivi che, sciolto/sospeso in acqua e distribuito ai suoli in quantità minime (200-400 g per ettaro), stimola il microbioma del suolo rizosferico e innesca la produzione di altri metaboliti microbici che attivano la fisiologia e biochimica delle piante. I preparati umificati usati in biodinamica non hanno alcuna pericolosità per l’ambiente e la salute umana, a differenza degli agrofarmaci industriali di sintesi che stanno così a cuore alla senatrice Cattaneo. Invece di gridare alla stregoneria, gli urlanti detrattori della biodinamica avrebbero facilmente trovato delle risposte scientifiche documentandosi sul processo di compostaggio, una vera e propria biotecnologia naturale, non un’alchimia esoterica.
Quali sono i costi di questi preparati? Non sarà che tutta la polemica possa essere anche letta alla luce dei costi maggiori dei preparati industriali?

Ci sono forse conflitti di interesse in questa storia?

I costi dei preparati biodinamici sono molto contenuti e assolutamente non paragonabili a quelli dei prodotti agrochimici dell’agricoltura industriale, quali i pesticidi e fertilizzanti inorganici. Necessitano di materiali naturali facilmente reperibili (letame ed essenze floreali) e la loro trasformazione procede con una biotecnologia naturale che non ha bisogno di investimenti in capitali fissi. La loro produzione può facilmente avvenire nell’azienda biodinamica stessa. Tuttavia, vi sono delle aziende specializzate che producono tutta la gamma dei prodotti biodinamici a costi non elevati. Le produzioni delle 4500 aziende biodinamiche certificate in Italia sono molte: dall’ortofrutta, ai settori viticoli-enologici ed olivicoli-oleari. La minore resa produttiva è ben compensata sia dai maggiori ricavi dovuti alla migliore qualità e conseguente commerciabilità dei prodotti, sia dai risparmi ottenuti grazie alla sostituzione di pesticidi e fertilizzanti industriali con l’uso di humus biodinamico. Il successo economico dell’approccio biodinamico è misurato dalla continua crescita del numero di aziende che vi si convertono. I preparati biodinamici rendono la produzione dell’azienda indipendente dalla maggior parte dei prodotti agrochimici industriali. Questa situazione può non piacere all’industria chimica meno progressiva, che tenta di ritardare la transizione agroecologica dell’agricoltura, e alle lobbies che hanno costruito il proprio status sulla base delle commesse di ricerca delle multinazionali agrochimiche.

Qual è la situazione legislativa in Italia e in Europa? Il biodinamico può rappresentare un’opportunità per il paese?

I preparati biodinamici sono autorizzati già da tempo, all’interno dell’agricoltura biologica, dalla legislazione europea che l’Italia ha recepito concedendo l’autorizzazione all’uso come concimi da parte di una commissione composta da tre ministeri diversi. Poiché le sfide del Green Deal europeo imporranno lo spostamento di parte dei finanziamenti dalle produzioni convenzionali a quelle biologiche, è cominciato il fuoco di sbarramento con accuse ridicole di stregoneria. In questo modo sperano di bloccare l’allargamento alla biodinamica del finanziamento di ricerca in agricoltura ed accrescere quella del settore agrochimico industriale dannoso all’ambiente ed alla salute umana (vedi glifosato). Tuttavia, comparti industriali come Assofertilizzanti di Federchimica, si stanno già riposizionando, dichiarando il loro impegno nel settore dei biostimolanti di origine bio-organica, che promette entro il 2025 un mercato raddoppiato di valore, già oggi pari a 2,6 miliardi di dollari. Ho fiducia perciò che, nonostante il polverone pregiudiziale sollevato dai soliti noti, l’Italia non defletterà dall’incentivare le pratiche agroecologiche e la ricerca collegata, innalzando ancora di più la qualità dei prodotti agroalimentari nazionali e la loro penetrazione sugli esigenti mercati nord-europei.

Professore, qual è la proposta della biodinamica per un futuro sostenibile?

La biodinamica sostiene un’agricoltura ecologica in cui la produzione agraria ha come obiettivo l’incremento non della quantità ma della qualità dei prodotti, il rispetto dell’ambiente e della salute umana, e l’armonia della comunità civile. Questo significa produrre con maggiore efficienza e minore impatto ambientale, ridurre la distanza tra luoghi di produzione e consumo, adottare diete più salutari, e favorire la ridistribuzione del cibo, per dare ad ognuno alimenti a sufficienza e di buona qualità. L’agroecologia, paradigma emergente delle agricolture biologiche, è il sistema più promettente per avviare l’ecosistema agrario alla piena sostenibilità. Agroecologia significa utilizzare pratiche che valorizzano e proteggono le risorse naturali e la biodiversità e le sinergie tra microrganismi, piante e animali, riducendo fortemente gli input esterni industriali ottenendo al contempo produzioni stabili e di elevata qualità. L’agricoltura biodinamica mette in pratica tutto ciò e diventa un pilastro del concetto di economia circolare.