MULTINAZIONALI, UNA FALSA TRANSIZIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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MULTINAZIONALI, UNA FALSA TRANSIZIONE da IL MANIFESTO

Multinazionali, una falsa transizione

 

Vandana Shiva  22.07.2021

Esiste un vivace e crescente approccio alternativo alla sicurezza alimentare e alla produzione di cibo basato sulla biodiversità, che massimizza i benefici per la salute e per il benessere del pianeta e dei suoi abitanti. In tutto il mondo, stanno nascendo reti di agroecologia contadina, basate sulla circolarità, la reciprocità e la condivisione. Una nuova generazione di agricoltori è sempre più consapevole del proprio ruolo nella difesa della biodiversità, nella difesa e nella cura della terra e dell’ambiente e nella produzione di cibo buono.

Stiamo assistendo oggi al tentativo da parte delle multinazionali dell’agribusiness, in collaborazione con il World Economic Forum, di dirottare la narrazione della transizione, manipolando il vocabolario e proponendo soluzioni di green washing e tecnologiche, le cosiddette soluzioni silver bullet. In questo modo, gli inquinatori possono continuare a fare affari come al solito, nascosti dietro campagne di propaganda ben orchestrate. Gli autori del modello economico predatorio industrializzato e globalizzato che ha portato alla devastazione ecologica mondiale, stanno cercando di venderci le loro soluzioni.

La prima falsa soluzione è quella del cibo artificiale. Ci dicono che tutto questo viene fatto in nome del cambiamento climatico. Tuttavia, il cibo artificiale ha un’impronta ecologica maggiore delle proteine vegetali meno lavorate. Si basa su monocolture basate a loro volta su input chimici e Ogm. Una ricerca suggerisce che, a lungo termine, l’impatto ambientale della carne artificiale potrebbe essere superiore a quello del bestiame.
La seconda grande falsa soluzione è la geoingegneria. La geoingegneria si riferisce a un insieme di tecniche e tecnologie proposte per intervenire deliberatamente e alterare i sistemi terrestri su larga scala. La geoingegneria, per definizione, non mira ad affrontare le cause del cambiamento climatico. L’arroganza della geoingegneria si basa sul concetto che la terra debba essere riparata.

La terza falsa soluzione al cambiamento climatico è net zero, che si basa su un’interpretazione errata dell’Accordo di Parigi, per cui gli inquinatori guadagnano credenziali «verdi» attraverso investimenti in tecnologie volte a catturare le emissioni dall’atmosfera o le cosiddette Nature-based Solutions, come la piantumazione di alberi. In questo modo, gli inquinatori possono continuare con i loro affari, mentre ad esempio piantano monocolture di alberi, alimentando i fenomeni di land grabbing, di violazione dei diritti umani, di scarsità di acqua, di perdita di biodiversità. Questa non è la transizione di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo proteggere le nostre foreste, far crescere la biodiversità e la salute e la resilienza al clima. La transizione di cui abbiamo bisogno è una trasformazione. È riconoscere che la Terra è viva, che la natura ha la capacità di riciclare il carbonio per creare l’infrastruttura della vita. Abbiamo bisogno di passare dalla «mentalità fossile» alla creazione di un mondo ricco di biodiversità e di abbondanza per tutti basato su sistemi alimentari locali, ecologici e biodiversi. Questa è la soluzione.

«Biodinamica, ideale alto per la terra»

Intervista. Fabio Brescacin, presidente di «EcorNaturaSì», pioniere del Biodinamico. Al di là delle polemiche scatenate dalla senatrice Cattaneo, «un’agricoltura fatta di amore per la terra e per le persone è possibile»

Angelo Mastrandrea  22.07.2021

Un mercato in continua crescita, soprattutto all’estero. L’Italia, pur rappresentando un’eccellenza dal punto di vista della produzione biodinamica, fatica ad accordare il giusto riconoscimento a un comparto che potrebbe rappresentare un volano di crescita economica sostenibile ed ecologica. Al contrario, le polemiche si alimentano soprattutto per gli interventi della senatrice Elena Cattaneo, sostenitrice dell’agricoltura convenzionale basata sul concetto dell’incremento delle rese produttive e sull’utilizzo della chimica. Ne abbiamo parlato con Fabio Brescacin, presidente di EcorNaturaSì S.p.A., il maggior distributore italiano specializzato in biologico e biodinamico. Una società che fa dell’etica il suo credo e la cui maggioranza delle azioni è detenuta da una fondazione no profit che garantisce l’aderenza agli ideali dei fondatori. E proprio di etica e di ideali si parla con Brescacin che, in un mondo agricolo caratterizzato sempre più da imprenditori e sempre meno da contadini, sottolinea concetti quali il rispetto del lavoro, la sostenibilità ambientale, la qualità della produzione, la valorizzazione del paesaggio. Una formula che sembra funzionare anche sul mercato con i consumatori pronti ad accordare fiducia a questo modello, anche spendendo qualcosa in più. I modelli della fattoria San Michele a Jesolo, da cui l’esperienza EcorNaturasì trae origine nel 1987, o della fattoria di Vaira, in provincia di Campobasso, rappresentano alcune fra le eccellenze sul territorio. E mentre l’Unione Europea punta sul biologico e sul biodinamico per disegnare l’agricoltura del futuro, l’Italia, con le sue polemiche, sembra voler reclamare, a tutti i costi, il ruolo di fanalino di coda sulla via della transizione ecologica.

Presidente Brescacin, si è aperto un dibattito intenso sulla biodinamica anche a causa delle provocazioni della senatrice Elena Cattaneo. Lei tempo fa disse: «Non è sufficiente la visione della scienza, di accademici che non conoscono i campi: per me quello non è l’unico parametro della verità. Io guardo a come le aziende lavorano i campi e la terra, alla loro visione olistica e ai loro risultati. Non mi importa nulla della scienza e della visione riduttiva di accademici che non conoscono i campi, per me quello non è l’unico parametro della verità. Io guardo a come le aziende lavorano i campi e la terra, alla loro visione olistica». Secondo lei cosa alimenta la diffidenza verso le soluzioni naturali: i conflitti di interesse, l’ignoranza o piuttosto è colpa della stampa sensazionalista?

Vuole sapere cosa penso della Cattaneo? Le dico che la comprendo, anche per me il primo approccio alla biodinamica è stato molto difficile. Ma poi ho visto i risultati: il lavoro appassionato delle aziende, la cura del suolo, la qualità del cibo, l’attenzione per la bellezza del paesaggio. Allora mi sono detto: se questi sono i risultati allora anche i pensieri e le conoscenze che ne stanno alla base devono essere validi. Non penso che la Cattaneo e coloro che si schierano contro l’agricoltura biodinamica siano in malafede. Penso però che dovrebbero essere coerenti con il pensiero scientifico che predicano e approfondire, perché alla conoscenza non c’è mai un limite. La scienza è uno dei metodi di analisi della realtà ma non è non l’unico, è essenziale venire sui campi e comprenderne la complessità. E’ per colmare queste lacune che, con la mediazione di Giulia Maria Crespi, avevamo invitato, già da tempo, la senatrice a visitare le nostre aziende. Purtroppo si è rifiutata. La mancanza di conoscenza diretta è stata così colmata dai pregiudizi. Pensare di aver raggiunto tutti i risultati e di avere la verità in tasca non è scienza, è presunzione.

Alla vigilia della discussione in Commissione agricoltura della legge sul biologico, si sentirebbe di rinnovare l’invito alla Cattaneo e magari estenderlo ai parlamentari interessati?

Abbiamo già invitato i membri della Commissione a visitare le aziende biodinamiche e hanno accettato. Li attendiamo a braccia aperte. E speriamo che siano accompagnati anche dalla senatrice Cattaneo. Saremo molto felici di accoglierli e spiegar loro il funzionamento e i risultati delle aziende biodinamiche.

In attesa della visita dei decisori politici, ci vuole raccontare la sua biodinamica? Lei si dichiara innamorato.

Ci siamo innamorati della biodinamica perché risveglia e stimola gli ideali, è un’agricoltura molto complessa ma vera e sana. E sì, ci si innamora. Nella vita, bisogna anche innamorarsi. I giovani, che guardano all’agricoltura con interesse professionale per il loro futuro, hanno soprattutto bisogno di innamorarsi e di essere alimentati da ideali profondi. Quando si lavora la terra, è fondamentale sapere che si fatica non solo per produrre, ma per un ideale. Le motivazioni sono fondamentali. L’ideale della biodinamica è alto perché mette al centro la cura della terra, del cibo, delle persone. La terra, si dice sia bassa, ma se la lavoriamo con cura ci mettiamo un ideale e diviene alta. Abbiamo bisogno di ideali e la biodinamica è un ideale bellissimo. Non siamo perfetti ma i risultati ci sono e vogliamo sempre migliorare. Non si può fare la biodinamica con un animo malvagio. La biodinamica è stata una parte importante della storia di EcorNaturaSì in questi negli ultimi 35 anni.

Come si differenzia un’azienda biologica da una biodinamica?

Il biodinamico nasce dall’idea di un’azienda a ciclo chiuso, già nel 1924 prima del biologico e dell’agricoltura rigenerativa. Non si tratta solo di sostituire il chimico con l’organico ma di creare organismi agricoli. Da questo punto di vista il biodinamico rappresenta il concetto avanzato del biologico perché non si limita a non usare la chimica. Vi è poi l’aspetto della cura e della rigenerazione della terra attraverso l’uso di preparati naturali che funzionano e non presentano controindicazioni. La biodinamica si basa, infine, sul concetto di impresa etica. Lo stesso concetto di economia non si basa sulla competizione ma sulla fraternità. Abbiamo bisogno dei contadini a cui va riconosciuto il giusto prezzo per il loro lavoro. Il concetto di giusto prezzo è basilare perché se i prezzi sono troppo bassi allora significa che qualcuno è stato sfruttato o la terra, o le persone o le generazioni future. Il rispetto del lavoro e l’etica economica sono alla base della biodinamica.

Passiamo dalla qualità al gusto. Le lancio una sfida: un bicchiere di vino convenzionale, uno biologico e uno biodinamico. E’ in grado di riconoscere le differenze?

Sicuro, al 100%. Alcuni giorni fa mi hanno invitato a una cena «biologica». Ma alcune delle pietanze non lo erano e le ho individuate subito. L’ospite ha ammesso che i prodotti in questione non erano né biologici, né biodinamici. In realtà, quando si conosce la differenza, ci si accorge subito, senza difficoltà. Il nostro corpo lo riconosce subito. Il miglior laboratorio d’analisi è proprio l’organismo umano.

Dal punto di vista di EcorNaturaSì e dagli input provenienti dall’Europa, si è fatto un’idea di cosa chiedono oggi i consumatori e in quale direzione stiamo andando?

La sicurezza. I consumatori chiedono di poter avere fiducia, di poter percepire la qualità e la coerenza. Chiedono sempre più prodotti etici, il rispetto della terra e di non essere imbrogliati. Acquistare cibo sta divenendo sempre più un atto basato sulla totale sintonia con i produttori e i fornitori. E’ per questo che ogni 15 giorni le aziende sono aperte alle visite dei nostri clienti. Stiamo spingendo le aziende verso la biodinamica perché vogliamo sempre più qualità e prodotti di eccellenza. In Italia il biodinamico è ancora poco conosciuto a differenza di molti paesi europei come Svizzera, Olanda e Germania. Le aziende più avanzate sono quelle biodinamiche, l’Europa lo sa e va in quella direzione, è ineluttabile. Le recenti polemiche non fanno fare al nostro paese una bella figura. Ci stanno facendo fare la figura degli stupidi.

Un modello di successo che sta attirando le attenzioni di alcune multinazionali del settore che avrebbero chiesto la certificazione biodinamica per alcuni dei loro prodotti. Cosa ne pensa?

Che le multinazionali non sono interessate alla biodinamica ma ai consumatori interessati alla biodinamica.

A proposito di certificazioni, Demeter è l’unico ente certificatore e incide sul prezzo del prodotto per circa il 2%. Cosa risponde alle accuse di monopolio?

Demeter è l’associazione storica del biodinamico che nasce, nel 1927, dall’unione dei produttori. Non è un ente privato, non è una multinazionale, non ha scopi di lucro e non ha nulla di speculativo. Gli unici proprietari sono i contadini e ogni tre anni c’è un consiglio direttivo. Demeter ha sede in tutti i paesi che praticano l’agricoltura biodinamica, compresa l’Italia. Demeter International è il coordinamento delle associazioni dei singoli paesi. Garantisce che il lavoro sia fatto bene ed è giusto che abbia un costo. Non si può definire come un monopolio, nessuno impedisce la nascita di altri marchi.

Lei è nato a Conegliano, terra di prosecco e referendum anti pesticidi. Qual è la situazione attuale?

La sensibilità su questi temi sta crescendo, sta diventando forte. Ho firmato a favore del referendum sul tema dell’impiego di pesticidi nel territorio comunale e aspettiamo che si faccia dopo il recente via libera del consiglio di Stato. I cittadini si potranno pronunciare sull’uso di pesticidi sul loro territorio. Il problema riguarda anche i costi come ci dimostra il caso di Revine Lago dove l’associazione delle mamme si è battuta per limitare l’uso dei pesticidi nelle aree pubbliche. Le ditte si rifiutavano di diserbare manualmente le aree stesse perché usare diserbanti è meno costoso. Abbiamo fatto così un accordo con l’associazione delle mamme per aiutare e collaborare nei lavori di diserbo manuale e meccanico di alcune aree pubbliche. In questo modo il Comune ha potuto mantenere l’attuale regolamento comunale che vieta l’uso dei pesticidi e limita le irrorazioni chimiche nel territorio.

Presidio alla Fao contro lo strapotere dell’agribusiness

 

Marinella Correggia  22.07.2021

Iniziano oggi, con un presidio a Roma davanti alla sede della Fao, dalle 11 alle 13, le mobilitazioni internazionali contro il pre-Vertice Onu sui sistemi alimentari che avrà luogo dal 26 al 28 luglio, in preparazione del Vertice vero e proprio (Unfss) previsto per settembre a New York e che, per il segretario generale delle Nazioni unite Guterres, è un «incontro dei popoli, vertice delle soluzioni che vedrà insieme giovani, agricoltori, popoli indigeni, società civile, ricercatori, settore privato, leader politici, ministri».

In realtà, per la prima volta un vertice Onu sul cibo è co-organizzato dal Forum economico mondiale di Davos (Wef), organismo privato che riunisce le grandi corporations. La Fao non gestisce l’evento, mette solo a disposizione gli spazi. La rappresentante speciale del Vertice, nominata nel 2020, è Agnes Kalibata, presidente dell’Alleanza per la rivoluzione verde in Africa (Agra) creata da due mega-fondazioni, Rockefeller e Bill & Melinda Gates: un segno dei tempi. Davanti al ruolo pervasivo delle multinazionali agroindustriali e delle catene globalizzate del valore, ecco dunque il boicottaggio popolare attivo, avviato da un migliaio di organizzazioni internazionali e regionali, associazioni di piccoli produttori (il sindacato internazionale La Vía Campesina, organizzazioni socie in ottanta paesi), comunità indigene, esperti.

Il Vertice co-promosso dal Wef puntava, fin dal primo documento pubblico, sull’agricoltura di precisione, sulla raccolta di dati, sul digitale, sull’ingegneria genetica. Secondo il contro-vertice, è un’idea di innovazione ristretta che ignora l’agroecologia e le conoscenze indigene, è inaccessibile ai piccoli produttori ed è incapace di affrontare le ingiustizie strutturali, la rapina delle terre, l’abuso di potere, la fame e l’obesità. E la crisi economico-sociale legata alle misure anti-pandemiche, che ha aggiunto 320 milioni di persone ai malnutriti della Terra (da 2,05 a 2,37 miliardi), ha facilitato «una ulteriore concentrazione di potere nelle mani di poche imprese transnazionali in settori chiave come le sementi, gli allevamenti industriali, le monocolture che hanno imposto la standardizzazione delle diete e l’utilizzo indiscriminato di ingredienti da queste derivate», spiega Paolo Venezia di Terra Nuova.

Invece, «la chiave per il diritto al cibo e le diete sane e sostenibili risiede nel ricollegare l’atto di consumo con quello della produzione, nella centralità dell’agricoltura locale contadina e dei territori. Purtroppo mega-attori economici continuano a ricevere ingenti finanziamenti pubblici e incentivi nel nome dello sviluppo sostenibile. Ma questa versione rassicurante di un nuovo capitalismo green non convince nessuno», commenta Stefano Prato, uno dei facilitatori del Meccanismo della società civile e dei popoli indigeni (Csm), che dal 2009 lavora nell’ambito del Comitato per la sicurezza alimentare (Cfs) istituito in seno alla Fao: «Cfs e Csm sono stati bypassati da questo Vertice che dall’inizio ha escluso molti attori», afferma un appello di scienziati.

Il programma della «contro-mobilitazione popolare», dal 25 al 28 luglio, si trova online: csm4cfs.org e https://www.foodsystems4people.org/take-action-2/).