Officina dei saperi | Orti in città. Un paradigma per l’avvenire che viene da lontano
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Orti in città. Un paradigma per l’avvenire che viene da lontano

di Piero BEVILACQUA, da “il gambero verde”, suppl. a “il manifesto“, 21 dicembre 2017

Strano a dirsi, gli orti sono stati probabilmente la prima forma urbana di produzione della storia umana. Per sopravvivere, gli abitanti delle città avevano bisogno di una alimentazione quotidiana che solo il cibo prodotto dentro o attorno alle mura poteva fornire. Fresco e a portata di mano. Ogni giorno la terra doveva dare da mangiare a una parte crescente di popolazione che si occupava di altro e non produceva alimenti. Perciò, contrariamente a quel che comunemente si crede, l’orto è la più «innaturale» forma di attività agricola, la più lontana dai cicli biologici spontanei delle piante. Nell’orto, legumi, tuberi, ortaggi, cereali, ecc. vengono piantati e ripiantati senza interruzione a ogni stagione come di sicuro non accade in natura. Una forzatura tecnica al cui successo si deve gran parte della sopravvivenza della specie umana sulla terra e certamente il sorgere delle civiltà antiche.

In che cosa è consistita la forzatura tecnica? Almeno in due componenti, frutto dell’umana genialità. La prima è stata la continua fertilizzazione della terra, resa necessaria dall’intenso sfruttamento produttivo a cui viene sottoposto il suolo. La seconda è stata ed è tuttora, l’avvicendamento delle piante nello spazio dell’orto, così da variare il tipo di minerali e di sostanze nutritive sottratte al terreno e nello stesso tempo per utilizzare i lasciti utili ( ad es. azoto delle leguminose) delle precedenti coltivazioni.

Avvicendamenti e rotazioni sono stati a lungo, prima dell’avvento dei pesticidi chimici, i mezzi con cui la sapienza contadina difendeva le colture dall’aggressione degli insetti e dalle malattie.

Ora è stata proprio la prossimità dell’orto alla città a rendere possibile la continua rigenerazione della fertilità dei suoli. Che i rifiuti urbani e soprattutto le deiezioni animali fossero materia preziosa per ridare vigore produttivo alla terra era già noto nel mondo antico. Nel celebre passo dell’Odissea (C.XVII) in cui Ulisse, appena sbarcato a Itaca, rivede il suo vecchio cane Argo, si legge «ora giaceva là, trascurato, partito il padrone/su molto letame di muli e buoi, che davanti alle porte/ammucchiavano, perché poi lo portassero/ i servi a concimare il grande terreno di Odisseo».

Si faceva dunque gran cura del letame, che, raccolto dalle strade, veniva ammassato fuori le mura.

Tale rapporto di reciproco vantaggio, tra la città che riceve il cibo per nutrire i suoi abitanti e restituisce gli scarti per fertilizzare e riprendere i ciclo produttivo, è stato, per millenni, il modello vincente in ogni angolo del mondo. In Oriente come in Occidente.

È durato fino a metà del XX secolo e in alcune aree dei paesi poveri perdura ancora. Oggi il suo millenario successo è una lezione imperdibile per il nostro tempo. L’orto è una forma di produzione altamente intensiva per unità di superficie, che surclassa quello delle monoculture industriali, dunque un modello economicamente vincente di fronte alla sfida della crescita della popolazione. Nello stesso tempo esso contiene il paradigma della rigenerazione continua e dell’economia circolare. Si prende dalla terra e ad essa si ridona, perché non si esaurisca la sua fertilità, in un rapporto di solidale cooperazione con le fonti primigenie della vita. Una lezione etica che viene dal remoto passato, la più decisiva per vincere le sfide dell’avvenire.

[immagine in apertura: Silvestro Lega, Orti a Piagentina, particolare]