Officina dei saperi | Il patrimonio cinematografico è un feticcio?
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Il patrimonio cinematografico è un feticcio?

Pubblichiamo una lettera di Vittorio BOARINI ricevuta sulla mailing list dell’Officina dei Saperi.

17 febbraio 2018

Cari amici,

di fronte a tutto ciò che ogni giorno accade nel mondo non è forse il caso di scandalizzarsi per l’uscita infelice di una consigliera comunale, ma trattandosi della vice-presidente della Commissione cultura del Consiglio comunale di Roma, città del cinema per antonomasia, assieme a Parigi e Los Angeles, non riesco a tacere. Non per rispondere come meriterebbe a chi afferma che guardare i vecchi film è una forma di feticismo. Per questo mi mancano le parole, come sono mancate a Bernardo Bertolucci, che oggi ha scritto una bella lettera su “La Repubblica”, ma per ricordare ciò che noi di Officina dovremmo far presente a tutti.

A partire dal 1980, quando l’Assemblea dell’UNESCO, riunita a Belgrado, lanciò un allarme per il rischio di distruzione che ancora il patrimonio cinematografico mondiale correva e invitò gli Stati membri a prendere provvedimenti, gli Archivi cinematografici hanno adottato una politica attiva nella conservazione dei film, politica che ha dato buoni risultati. Allora si calcolava realisticamente che il 50% del patrimonio cinematografico mondiale (tutti i film prodotti a partire dal 1895) fosse andato perduto e che ben l’80% del cinema muto (i film prodotti fino al 1930) non esistesse più. Con l’adozione da parte delle istituzioni cinematografiche dedicate alla conservazione del restauro conservativo e del restauro nel senso forte del termine, cioè l’operazione storico-filologica, complessa e costosa, tesa a riportare i film del passato allo stato in cui gli spettatori li avevano visti per la prima volta, la situazione è molto migliorata e parte, ancora piccola purtroppo, del patrimonio è stata recuperata. Molto resta ancora da fare, soprattutto da parte dei pubblici poteri che dovrebbero trovare i mezzi per queste operazioni, ma alcuni risultati li possiamo apprezzare considerando che i maggiori festival internazionali, in particolare Cannes e Venezia, dedicano ogni anno una sezione ai film restaurati. Senza contare che ogni anno Bologna tiene un festival interamente dedicato al restauro del cinema e non solo, la cineteca di questa città ha fondato una casa di distribuzione per i classici restaurati, che vengono così messi a disposizione delle sale di tutto il Paese.

Per ovvie ragioni mi soffermo esemplificativamente solo sulla Sezione Classici dell’ultima Mostra di Venezia, dove si è potuto rivedere, ottimamente riportato a come l’autore lo voleva, “Novecento”, capolavoro di Bertolucci del 1976; “Deserto rosso”, opera indimenticabile girata da Michelangelo Antonioni nel 1966 e pregevolmente restaurata dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con l’Istituto Luce e Cinecittà; nonché importantissime pellicole di tutto il mondo riportate a nuova luce (19 ne sono state presentate complessivamente).
Tutto ciò rientrerebbe nella categoria del feticismo? Chi riesce a rispondere sine ira et studio, lo faccia.

Affettuosi saluti a voi tutti

Vittorio Boarini