Officina dei saperi | Carta dell’Habitat. Introduzione
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Carta dell’Habitat. Introduzione

di Giancarlo CONSONNI

Introduzione alla Carta dell’Habitat

 

1. Perché una Carta dell’habitat

Diritto alla casa, diritto alla città. Utopie? Libro dei sogni?

Il bilancio planetario delle concrete conquiste sui due fronti è spietato: non lascia spazio che a risposte affermative a queste domande. Ciò detto, non si può in ogni caso sottovalutare l’importanza che assume il riconoscimento di questi diritti in dichiarazioni e in linee programmatiche di organismi sovranazionali e, ancor più, il loro accoglimento negli ordinamenti giuridici di singoli paesi. Questo patrimonio di principi e di leggi, assieme al grande lavoro di scavo che lo ha generato, costituisce comunque una notevole ricchezza culturale che merita di essere tenuta viva e resa il più possibile operante.

C’è un divario nei tempi e nei modi con cui il riconoscimento dei due diritti è avvenuto; e questo non è casuale.

La necessità di garantire a tutti un’abitazione adeguata è affermata nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’Onu del 1948[1] e, riconfermata sempre dall’Onu nel Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali del 1966[2]. L’Unione Europea arriva più tardi, quando nel 1996, aggiornando la versione originaria della Carta sociale europea del 1961[3], all’art. 31 (Parte I) afferma: «Tutte le persone hanno diritto all’abitazione»[4]. Un passo avanti notevole è, infine, il riconoscimento del diritto all’alloggio «nelle carte costituzionali di Francia, Spagna, Finlandia, Portogallo, Grecia, Svizzera»[5].

La comparsa del diritto alla città, nelle dichiarazioni e nei quadri legislativi – ma anche nelle mobilitazioni – registra un ritardo rispetto a quanto accaduto per il diritto alla casa. È come se il seme fecondo gettato nel marzo del 1968 da Henri Lefebvre[6] si fosse schiuso oltre quarant’anni dopo.

Il ritardo – è superfluo ricordarlo – si carica di valenze drammatiche in un quadro mondiale caratterizzato da due fatti:

– un urbanesimo e un’espansione insediativa di proporzioni inusitate, anche e soprattutto per le amplissime manifestazioni di degrado che li caratterizzano;

– la messa in discussione di natura e senso di molti contesti urbani consolidati a causa di trasformazioni profonde sia sul fronte della civitas che su quello dell’urbs.

In questo orizzonte si è assistito a un processo dialettico in crescendo fra iniziative promosse dall’Onu[7] e mobilitazioni ed elaborazioni dal basso, ben presto organizzate nel World Social Forum[8]. È da questo secondo fronte che ha preso corpo nel 2005 a Porto Alegre la Carta mondiale per il diritto alla città: un documento organico, mentre appaiono decisamente parziali, quantunque degne di rispetto, le ‘risposte’ del World Urban Forum dell’Onu, la più significativa delle quali è il V Forum tenutosi a Rio de Janeiro del 2010 sul tema «Il diritto alla città – per colmare il divario urbano». E si capisce. Un documento organico sul diritto alla città comporta inevitabilmente un pronunciamento radicale sulle trasformazioni a cui sono sottoposti i quadri insediativi a livello mondiale e sulle loro cause: una presa di posizione che le Nazioni Unite non possono permettersi[9]. E questo senza nulla togliere a quanto di positivo Onu-habitat ha all’attivo in concrete operazioni di risanamento in contesti molto problematici.

Non può mancare, in questa sintetica restituzione, il riferimento allo Statuto della Città[10] con cui nel 2001 il Brasile ha integrato la Costituzione del 1988: una pietra miliare sul piano legislativo in tema di diritto alla città, da cui sono scaturite concrete iniziative. Come non può mancare il richiamo alla Carta di Città del Messico per il Diritto alla città[11] sottoscritta nel 2010 dal Governo del Distretto Federale unitamente a rappresentanti del Movimento urbano popolare e a organizzazioni non governative: un documento importante, ma, a conti fatti, rimasto relegato alle dichiarazioni di principio[12].

E l’Europa? Un contributo è la Carta europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo nella città elaborata nel 2000 dal 1° Congresso Mondiale dei Governi Locali per il Diritto alla Città tenutosi a Saint-Denis e sottoscritta da più di 350 città europee[13]. Ma già la formulazione «diritti dell’uomo nella città» è indicativa della scelta di non fare i conti alla radice con le trasformazioni che investono i contesti urbani e metropolitani. Come a dire: le città e le metropoli vanno per la loro strada: difendere i diritti umani è un modo per attutire l’impatto delle loro trasformazioni sulla vita degli individui e della collettività. Di fatto è come si rinunciasse in partenza a incidere sui processi che trasformano città e metropoli. Una luce sembra tuttavia essersi finalmente accesa con la Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la Società (CETS no. 199)[14] – la cosiddetta Convenzione di Faro, 25/10/2015 – laddove si raccomanda che le politiche pubbliche siano volte a «rinforzare la coesione sociale promuovendo un senso di responsabilità condivisa nei confronti dei luoghi di vita comune».

E l’Italia? Sul diritto alla casa la pur splendida Costituzione repubblicana all’art. 47 (II comma) si limita a dire che la Repubblica «Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione […]»; e, quanto al diritto alla città, non ne fa cenno. È pur vero che nella Costituzione si afferma che la Repubblica «Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione» (art. 9, II comma), ma non si va oltre: nulla si dice sulla necessità di difendere le città e di promuovere i valori urbani. Una dimenticanza da attribuirsi forse al fatto che la tenuta delle città e dei valori urbani era data per scontata come l’aria che si respira (anche se lo spettacolo esteso, quanto orrendo, delle città colpite dalla guerra avrebbe dovuto insegnare qualcosa).

La Costituzione italiana contempla tuttavia un principio di grande rilevanza laddove – art. 42, II comma – afferma : «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». Sarebbe bastato e basterebbe la traduzione in leggi e in concrete pratiche del principio che la proprietà privata è un diritto riconosciuto a patto che assolva a una «funzione sociale» e sia «accessibile a tutti» per trovare la strada che porta a svolgere le azioni necessarie ad assicurare il diritto alla casa e il diritto alla città.

In tema di città, ce lo ricorda fra gli altri Carlo Cattaneo[15], l’Italia ha una storia gloriosa quanto costitutiva della sua identità. Nel 1433, è solo un’esemplificazione fra le molte possibili, Matteo Palmieri, esponente di punta di quello che Cesare Vasoli ha chiamato «umanesimo civile», poteva affermare che

Nulla opera tra gli uomini essere più optima che provvedere alla salute della patria, conservare la città e mantenere l’unione e la concordia delle bene radunate moltitudini.[16]

Ma proprio l’Italia, terra in cui la cultura urbana ha dato frutti mirabili, sembra essersi allontanata, più di altri paesi europei, dalla via maestra della cura dell’habitat, della città in particolare. Come se la distanza tra Il Principe[17] di Niccolò Machiavelli (1513, ma pubblicato postumo nel 1532) e la critica implicita prodotta più di mezzo secolo dopo da Giovanni Botero (lo scrittore politico già segretario di Carlo Borromeo) con i tre libri Delle cause della grandezza, e magnificenza delle città[18] (1588) – ovvero tra un’idea della politica come arte del governo astratta dal contesto (la città e il suo territorio) (Machiavelli) e la difesa della città in quanto «ragunanza d’uomini ridotti insieme per vivere felicemente» (Botero) – anziché ridursi si fosse allargata. Al punto che oggi può apparire incolmabile.

Eppure, tentativi di ritrovamento di una sintesi possibile fra politica e cura della città si registrano nel cuore del Novecento, al culmine della tragedia dell’ultima guerra mondiale. Come quando, nel Piano A.R. per Milano e la Lombardia, 1944-45, viene formulata l’idea della casa come «servizio della collettività»[19]. O la nozione della casa come «fondamento stesso della società»[20] avanzata da Paolo Vittorelli, esponente di Giustizia e Libertà in esilio in un libro pubblicato al Cairo nel 1944.

E, se queste sono prese di posizione di alcuni intellettuali, non si può dimenticare la «casa come servizio sociale», la rivendicazione sindacale di massa che nel 1969 riproponeva quegli stessi temi facendone un elemento di maturazione collettiva.

Nelle formulazioni appena ricordate non viene posta solo l’esigenza di assicurare a tutti un tetto[21], ma si pone il problema della casa nell’ottica più ampia dell’abitare e dell’inscindibilità fra abitare privato e abitare condiviso come fondamento della convivenza civile. È qui, nel diritto ad abitare, che il diritto alla casa e il diritto alla città possono trovare il punto di convergenza.

Recentemente David Grossman, muovendo dalla domanda «Come definire la casa?», affermava:

La casa è il luogo i cui muri – i cui confini – sono chiari e pattuiti. La cui esistenza è stabile, inoppugnabile e serena. I cui abitanti conoscono bene i suoi codici intimi. I cui rapporti con i vicini sono basati su norme concordate. Un luogo che proietta un senso di futuro[22].

I codici intimi che presiedono all’ordine interno della casa e ai suoi rapporti col contesto vanno (ri)portati in evidenza: devono tornare a essere riferimento esplicito della convivenza civile, e, come tali, continuamente aggiornati e resi operanti.

È avvertendo questa esigenza che con Alessandro Maggioni, presidente di Federabitazione (Confcooperative), abbiamo condiviso la necessità di costruire una Carta dell’Habitat che fosse in primo luogo un’assunzione di responsabilità per un soggetto impegnato nel dare risposte al problema abitativo e intenzionato a ritrovare lo spirito originario del movimento cooperativo.

 

2. Alcune questioni centrali

2.1. L’urbanità: conquista che va continuamente rigenerata

Come tutti i valori operanti, l’urbanità è l’esito di un conflitto tra forze antagoniste: è una conquista che richiede di essere continuamente rinnovata nella civitas (il corpo sociale) come nell’urbs (la città fisica).

Emblematica la vicenda di Bologna in età comunale. Fin dall’XI secolo nella città felsinea si affacciano due modalità opposte di configurazione dello spazio urbano: da un lato le torri gentilizie che si innalzano «a ostentazione di dovizie e di potenza, a loro schermo e a offesa de’ nemici privati»[23]; dall’altro le prime case con portico antistante, che ben presto manifestano la tendenza a comporsi in un organismo plurimo e continuo – la strada porticata – che, dopo una fase di incertezza, decolla nelle espansioni guidate dal governo comunale[24]. Se le torri gentilizie, parti integranti dell’abitazione dei ceti dominanti, sono l’espressione di un modus convivendi in cui il conflitto violento era di casa (tanto che si può parlare di una società politica caratterizzata dalla «legittimazione e […] centralità della cultura della vendetta»[25]), la strada porticata della città cristiana (molto diversa dalle vie porticate ellenistiche e romano-antiche) si afferma come una delle espressioni peculiari dell’urbanità. Dove il ‘dono’ di uno spazio fatto alla comunità è ripagato sia dall’accrescimento di comfort per la singola casa inserita nel continuum del porticato sia, soprattutto, dall’essere quel tipo di casa parte attiva della conquista di un luogo ospitale per la città tutta. Da cui la straordinaria fortuna delle strada con portici, destinata a Bologna a uno sviluppo tale per qualità e quantità[26] da farne il tratto distintivo del centro storico. Nel contempo, nel capoluogo emiliano, la torre di difesa e offesa, dopo aver raggiunto nel XIII secolo il culmine (con un’ottantina di esemplari), alla fine di quello stesso secolo conosce l’inizio del declino, a simboleggiare il progressivo affermarsi di un’altra idea di giustizia e di società (di cui siamo in qualche modo i beneficiari).

La città puntaspilli[27] e la città dalle strade ospitali sono geneticamente opposte: il prevalere del secondo modello sul primo costituisce un passaggio storico che (ri)afferma un’idea di città in cui civitas e urbs perseguono un reciproco adattamento in nome di una convivenza civile percepita e praticata come fonte potenziale di benessere e di ricchezza culturale. Si è trattato del riproporsi potente di quello che Lewis Mumford ha indicato come uno dei motori originari della vicenda urbana: «la capacità di una fantasia disciplinata di trasformare il possibile in concreto e di innalzare l’umile cronaca della vita quotidiana a livelli di magnificenza»[28].

 

2.2. Construens e destruens: il rapporto della libertà con la città

Nonostante la fase delle lotte intestine violente – che si ripresenteranno in altra forma nello scontro sanguinoso fra protestanti e cattolici (la Guerra dei Trent’anni) e nella Rivoluzione francese –, la città europea ha affrontato i passaggi storici del medioevo, della modernità e della contemporaneità sotto l’insegna dello slogan «l’aria delle città rende liberi» (nato, com’è noto, nella Germania medioevale). Con l’affermazione e con gli sviluppi trionfali del capitalismo (di cui la città è l’ambito di una lunga gestazione), la libertà conosce però nuove declinazioni: la libertà di (di intraprendere) tende a coniugarsi sempre più con la libertà da (da ogni forma di vincolo, compresi i legami comunitari). Tuttavia nella fase in cui la borghesia mira ad accreditarsi come classe egemone sulla scena urbana, la città europea conosce un fulgore efficacemente definito da Carlo Cattaneo come «magnificenza civile»[29].

Le cose sono destinate a cambiare radicalmente con l’affermarsi dell’anonimato del capitale e con il progressivo decadere del contesto urbano come luogo di autorappresentazione dei ceti dominanti. Si assiste a un mutamento del codice genetico degli insediamenti, dato dall’affermarsi di un nuovo principio generativo definito dalla coppia costituita dalla proprietà immobiliare privata (intesa, sulla scorta del Codice Napoleonico, come diritto incondizionato) e dalla tecnologia dei trasporti e delle telecomunicazioni. Una coppia destinata ad acquisire viepiù, soprattutto a seguito dell’affermarsi del trasporto privato su gomma, una forza insieme svincolante (dal mondo comunitario) e impositiva (l’affermarsi di una deregolamentazione che ridefinisce i quadri insediativi in senso individualistico). Il risultato è la fase in cui da tempo siamo immersi, caratterizzata, su un fronte, da un’espansione/dispersione degli insediamenti (le periferie metropolitane) non più guidata dal principio del fare città e, su un altro fronte, da un crescendo di aggressioni devastanti alla città compatta.

Non è un urbanista ma un poeta, Émile Verhaeren, a intravedere già nel 1895[30] la degenerazione che andrà sotto il nome di «città diffusa». Mi limito a richiamare questi due versi:

È cupa la pianura, stremata, non si difende più

È cupa la pianura e morta la città la divora

[…]

«Città diffusa» è una definizione mistificatrice quando non beffarda, visto che si tratta di una formazione insediativa che nulla ha della città. L’uso esteso della locuzione fra gli addetti ai lavori è indicativa: quando non si è assistito a una celebrazione (in quanto la «città diffusa» rappresenterebbe agli occhi dei laudatores la quintessenza della libertà), per il resto negli ambiti di competenza di architetti e urbanistici si è verificata una gigantesca rimozione della questione attinente la qualità degli insediamenti (dove peraltro il nesso urbanità-sicurezza è centrale).

Per non dire della sua rimozione dagli orientamenti e dalle priorità di chi gestisce la cosa pubblica.

Eppure le formazioni insediative, nei loro tratti relazionali, contengono implicita una definizione operante della convivenza civile, nel senso che ne prefigurano, per molti aspetti, potenzialità e limiti. Potenzialità e limiti che alla lunga si fanno sentire sul piano politico (come ci è dato di verificare anche in questa congiuntura storica).

Da qui la proposta, espressa nella Carta dell’habitat, di ridare centralità all’abitare, e in particolare all’abitare condiviso, come parte integrante di una politica che guarda al lungo periodo e al rapporto di solidarietà fra le generazioni.

 

2.3. La bellezza civile tra magnificenza e dignità

Nell’espressione bellezza civile (che traggo da Giambattista Vico) l’aggettivo ci ricorda che il dono della bellezza e il senso delle cose si danno nella relazione e che dono e senso risplendono tanto più quanto più affondano le radici nell’abitare condiviso.

Si possono distinguere due declinazioni della bellezza civile, anche se fortemente intrecciate. La prima è la bellezza che rispecchia l’armonia e la felicità di una convivenza improntata a misura, spirito di cooperazione e urbanità e che, nel manifestarne il senso, sa elevarsi a canto. La seconda declinazione è la bellezza che si fa interprete dell’aspirazione a essere di casa nel mondo e a essere visitati/abitati dal senso.

La prima declinazione di bellezza approda alla magnificenza civile, indicandoci le straordinarie potenzialità di una convivenza pacifica e mutuamente generosa; nella seconda declinazione si manifesta la dignità civile, nei modi di una bellezza che ci cammina a fianco e ci conforta passo passo.

Nelle città ereditate dalla storia e che si presentano a noi con l’aspetto complessivo di opere d’arte, i due modi si mostrano inscindibili e sinergici nell’intreccio tra la magnificenza dei luoghi pubblici (al chiuso e all’aperto) e la dignità delle abitazioni organizzate in tessuti insediativi.

Da tempo i paesaggi metropolitani vengono costellati di organismi edilizi, per lo più sviluppati in altezza, che, in nome di una presunta insindacabilità dei valori estetici, ambiscono a farsi espressione di un nuovo tipo di bellezza. Si tratta in realtà di idola che mal celano il deserto di senso in cui prendono forma.

Siamo di nuovo al dilagare delle città puntaspilli; dove, se, per fortuna, a tenere banco non è la violenza tra clan familiari, abbiamo però a che fare con un nemico più sfuggente e pervasivo: un’azione capillare che permea il corpo sociale di arroganza e indifferenza. Viene avanti, con questi caratteri, un paesaggio che i più danno per inevitabile anche grazie a un bombardamento mediatico senza precedenti. Ridare centralità all’abitare significa ingaggiare una battaglia luogo per luogo per sconfiggerne l’avanzata.

 

Note al testo

[1] La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è una risoluzione dell’Onu del 10 dicembre 1948. All’art. 25, comma 1, recita «Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà».

[2] Il Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali è una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu del 16 dicembre 1966 (entrata in vigore a partire dal 3 gennaio 1976). L’art. 11, comma 1, recita: «Gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per se e per la sua famiglia, che includa alimentazione, vestiario, ed alloggio adeguati, nonché al miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita. Gli Stati parti prenderanno misure idonee ad assicurare l’attuazione di questo diritto, e riconoscono a tal fine l’importanza essenziale della cooperazione internazionale, basata sul libero consenso».

[3] Il diritto alla casa non compariva invece nella versione della carta Carta sociale europea adottata nel 1961. Sulla questione abitativa appare più generica la formulazione della Carta dei diritti fondamentali dell’UE del 2000/2007 che all’’art. 34 (Sicurezza sociale e assistenza sociale), comma 3 afferma: «Al fine di lottare contro l’esclusione sociale e la povertà, l’Unione riconosce e rispetta il diritto all’assistenza sociale e all’assistenza abitativa volte a garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti, secondo le modalità stabilite dal diritto dell’Unione e le legislazioni e prassi nazionali».

[4] E nella Parte II, art. 31, specifica:

«Per garantire l’effettivo esercizio del diritto all’abitazione, le Parti s’impegnano a prendere misure destinate:

1 a favorire l’accesso ad un’abitazione di livello sufficiente;

2 a prevenire e ridurre lo status di “senza tetto” in vista di eliminarlo gradualmente;

3 a rendere il costo dell’abitazione accessibile alle persone che non dispongono di risorse sufficienti».

[5] Jean-Pierre Garnier, Del derecho a la vivienda al derecho a la ciudad: ¿De qué derechos hablamos… y con qué derecho?, in «Biblio3W. Revista Bibliográfica de Geografía y Ciencias Sociales», Universidad de Barcelona, Vol. XVI, nº 909, 5 febbraio 2011, <https://www.ub.es/geocrit/b3w-909.htm>, trad. it. Dal diritto alla casa al diritto alla città: di che diritti stiamo parlando… e con quale diritto? Conferenza tenuta durante il seminario Casa e società nella Catalogna del XXI secolo, Facoltà di Storia e Geografia dell’Università di Barcellona, 26 novembre 2010, <https://www.autistici.org/macerie/wp-content/uploads/garnier-dal-diritto-alla-casa.pdf>

[6] Henri Lefebvre, Le droit à la ville, Éditions Anthropos, Paris 1968 (trad. it.: Il diritto alla città, Marsilio, Padova 1970).

[7] Si va dai Summit della terra (Stoccolma 1972, Nairobi 1982, Rio de Janeiro 1992, Johannesbourg 2002, Rio De Janeiro 2012) alle Conferenze Habitat (Vancouver 1976, Nairobi 1987 e Quito 2016) alle Conferenze del World Urban Forum di ONU-Habitat (Nairobi 2002, Barcelone2004, Vancouver 2006, Rio de Janeiro 2010, Napoli 2012).

[8] WSF (in cui sono confluiti movimenti sociali, organizzazioni non governative, università, istituti di ricerca e singoli studiosi) ha dato vita a un intenso lavoro di scavo in una fitta serie di incontri: Porto Alegre 2001, 2002 e 2003; Mumbai 2004; Porto Alegre 2005; Bamako, Caracas et Karachi 2006; Nairobi 2007; Belem 2009; Dakar 2011.

[9] Cfr. Laurence Costes, Néolibéralisation et évolution du Droit à la ville, in «justice spatiale | spatial justice», n° 6 juin 2014, https://www.jssj.org <https://halshs.archives-ouvertes.fr/halshs-01512536/document>

[10] <https://www.planalto.gov.br/ccivil_03/Leis/LEIS_2001/L10257.htm>

[11] <https://www.hic-al.org/eventos.cfm?evento=941&id_categoria=13>

[12] Cfr. Victor Manuel Delgadillo Polanco, El derecho a la ciudad en la ciudad de México. ¿Una retórica progresista para una gestión urbana neoliberal?, in «Andamios», vol. 9, n. 18, gennaio-aprile 2012 <https://www.scielo.org.mx/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S1870-00632012000100006>

[13] Juan Carlos Ruiz e Franz Vanderschueren, Basi concettuali della sicurezza, in Aa. Vv., Consolidamento dei governi locali per la sicurezza urbana: formazione e pratiche”, G. Canale & C. Torino 2006. <www.seguridadurbal-regionetoscana.net>

[14] <https://musei.beniculturali.it/wp-content/uploads/2016/01/Convenzione-di-Faro.pdf>

[15] Carlo Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, in «Il Crepuscolo», a. IX, nei fasc.: 42, 17 ottobre 1858, pp. 657-659; 44, 31 ottobre 1858, pp. 689-693; 50, 12 dicembre1858, pp. 785-790; 52, 26 dicembre 1858, pp. 817-821, ora anche in Id., Storia universale e ideologia delle genti. Scritti 1852-1864, a cura di Delia Castelnuovo Frigessi, Einaudi, Torino 1972, pp. 79-126.

[16] M. Palmieri, Libri della vita civile, cit. in C. Vasoli, L’umanesimo civile, in N. Matteucci (a cura di), L’Italia e la formazione della civiltà europea. La cultura civile, Bna/Utet, Torino 1992, pp. 35-36. I Libri della vita civile, dati alle stampe nel 1529, sono stati scritti attorno al 1433. Vita civile ed. critica a cura di G. Belloni, Firenze 1982

[17] Il principe di Niccholo Machiavello al magnifico Lorenzo di Piero de Medici […] Stampata in Roma per Antonio Blado d’Asola a dì iiij de gennaio del M.D.XXXII. Apparso postumo nel 1532, testo originale è stato scritto nel 1513 con il titolo De Principatibus (Sui Principati).

[18] Giovanni Botero, Delle cause della grandezza, e magnificenza delle città, Martinelli, Roma 1588.

[19] F. Albini, L. Belgiojoso, P. Bottoni, E. Cerutti, I. Gardella, G. Mucchi, G. Palanti, E. Peressutti, M. Pucci, A. Putelli, E. Rogers, La descrizione del piano [A.R.], in «Costruzioni-Casabella», a. XVII, n. 194, settembre 1946, p. 4.

[20] «l’elemento che manca [è] un’urbanistica che concepisca la casa, non più come la concepiva Le Corbusier all’inizio, come una “macchina per abitare”, ma come “il fondamento stesso della società”». P. Vittorelli, Contro Corrente, Edizioni di Giustizia e libertà, Il Cairo 1944, cit. in Cino Calacaprina, L’abitazione umana: problema tecnico? problema politico?, in «Metron», a. I, n. 1, agosto 1945, p. 55.

[21] Gustavo Colonnetti, Una casa a tutti gli italiani, in «Il Popolo», 10 gennaio 1945. Cfr. anche Piero Bottoni, La casa a chi lavora, Görlich, Milano 1945 (testo che riprende in larga parte l’articolo Una nuova previdenza sociale: l’assicurazione sociale per la casa, in «Domus», a. XIV, n. 164, agosto 1941, pp. 1-6, ora anche in Id., Una nuova antichissima bellezza. Scritti editi e inediti 1927-1973, a cura di G. Tonon, Laterza, Roma-Bari, 1995, pp. 203-217).

[22] Discorso tenuto il 16 aprile 2018 al Parents Circle Families Forum a Tel Aviv (Hayarkon Park). La traduzione è tratta da D. Grossman, Israele sia una casa, non una fortezza. Ricordando Uri, in «Corriere della Sera», 18 aprile 2018

[23] Giovanni Gozzadini, Delle torri gentilizie di Bologna e delle famiglie alle quali prima appartennero. Studj, Zanichelli, Bologna 1975, p. 7. Gozzadini cita tra le città italiane «torrite» Pavia, Cremona, Ascoli Piceno, Pisa, San Gimignano, Padova, Vicenza Firenze, Siena, Lucca; e, ancora, Verona, Virebo, Brescia, Pistoia, Genova, Modena e Roma. Ivi, p. 8 e sgg.

[24][24] Giovanni Ricci, Bologna, Laterza, Roma-Bari 1980, p. 51.

[25] Andrea Zorzi, Conflitti nell’Italia comunale. Riflessioni sullo stato degli studi e sulle prospettive di ricerca, in Id. (a cura di), Conflitti, paci e vendette nell’Italia comunale, Firenze University Press, Firenze 2009, p. 10.

[26] 37 km nel cuore urbano che salgono «a circa 45 km se si considerano anche quelli più o meno antichi che corrono al di fuori delle mura del centro storico». Alessio Costarelli, I portici di Bologna. Parte I, 27 febbraio 2014 <https://www.clammmag.com/i-portici-di-bologna-parte-i/>

[27] «quelle foreste di torri affusolate e svettanti, che trasformarono i profili di Lucca, Bologna e San Gimignano in altrettanti puntaspilli urbani». Lewis Mumford, The City in history, Harcourt, Brace and World, New York 1961, trad. it. di Ettore Capriolo, La città nella storia, Edizioni di Comunità, Milano 1963, p. 474. La definizione è stata probabilmente suggerita a Mumford dall’espressione «the pin-cushion in profile» formulata da Henry James in The America Scene, (Harper&Brothers, New York 1907, p. 60), libro che lo stesso Mumford indica come «Descrizione e interpretazione della città, ineguagliata per profondità e finezza» (Mumford, La città…, p. 739).

[28] Mumford, La città…, p. 96.

[29] Carlo Cattaneo, Sul progetto d’una piazza pel Duomo di Milano, ne «Il Politecnico», a. I, fasc. III, marzo 1839, ora in Id., Scritti sulla Lombardia, a cura di Giuseppe Anceschi e Giuseppe Armani, vol. I, Ceschina, Milano 1971, p. 653.

[30] Émile Verhaeren, Les Villes tentaculaires, Edmond Deman, Bruxelles 1895. I versi sono tratti dal primo componimento della raccolta intitolato La plaine.