Officina dei saperi | Biodiversità è salute. Giornata internazionale della biodiversità
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Biodiversità è salute. Giornata internazionale della biodiversità

di Vandana SHIVA, da “La Città invisibile“, 22 maggio 2018

Il 22 maggio è la giornata internazionale della biodiversità. Pubblichiamo questo testo* inviatoci da Vandana Shiva, sulle connessioni tra biodiversità in agricoltura e salute umana. 

La biodiversità è salute: la biodiversità nei terreni agricoli e nella nostra dieta, nutre la diversità del nostro microbioma intestinale e crea salute.

Esiste un’intima connessione tra suoli, piante, il nostro intestino e il nostro cervello. Il nostro intestino è un microbioma che contiene trilioni di batteri. Ci sono centomila volte più microbi nel nostro intestino che persone nel nostro pianeta.

Per funzionare in maniera sana, il microbioma intestinale necessita di una dieta diversificata, e una dieta diversificata necessita di diversità agricola nei campi e negli orti. La perdita di diversità nella nostra dieta determina una salute difettosa.

L’intestino è sempre più interpretato come secondo cervello. Ha il suo sistema nervoso – denominato sistema nervoso enterico (ENS) – che presenta dai cinquanta ai cento milioni di cellule nervose. I nostri corpi sono organismi intelligenti. L’intelligenza non è confinata nel cervello. È distribuita. E l’intelligenza nei suoli, nelle piante, nei nostri corpi, contribuisce alla salute ed al benessere.

La biodiversità intestinale di coloro che conducono vite da agricoltore o da pastore è ben più ricca di quella di coloro che vivono nella società industriale. Perciò, quando si tratta di salute dipendente dalla biodiversità intestinale, le società cosiddette arretrate sono molto più sviluppate di quelle cosiddette avanzate.

Dal momento che siamo più batteri che umani, quando i veleni che usiamo in agricoltura, come i pesticidi e gli erbicidi, raggiungono il nostro intestino attraverso il cibo, essi possono uccidere i batteri benefici. Ci sono molte strade attraverso cui l’agricoltura industriale e i trattamenti industriali degradano il cibo e la nostra salute.

Prima di tutto, le derrate non sono cibo, ed il commercio globalizzato delle derrate non dà luogo ad economie alimentari che nutrono i popoli, come è reso evidente dal fatto che il 90% del grano e della soia oggi coltivati sono destinati al biocarburante ed al mangime per animali, e non al cibo per gli esseri umani.

Un maggior volume d’affari nel commercio delle derrate significa una minor quantità di cibo vero a disposizione di persone vere. Significa più fame e malnutrizione, più povertà, e più malattie.

Secondariamente, il cibo coltivato grazie alla chimica industriale è insignificante dal punto di vista nutrizionale, poiché sono stati distrutti gli elementi nutritivi e la biodiversità del suolo da cui esso giunge.

L’agricoltura industriale tratta i suoli come contenitori vuoti in cui versare fertilizzanti, come il NPK (azoto, fosforo, potassio). Questo non restituisce materia organica al suolo che è stato spogliato degli elementi nutritivi, e con essi gli elementi nutritivi delle piante che mangiamo. Come ricordato da Albert Howard nel libro Agricultural testament, «la salute è un continuum, dal suolo alle piante, agli animali, ivi compresi gli umani».

La desertificazione dei suoli è il risultato della mancata restituzione di materia organica ai suoli stessi. I suoli ricchi di humus possono assorbire acqua in quantità pari al 90% del loro peso. I suoli vivi sono i maggiori serbatoi sia d’acqua che di nutrimento.

Suoli sani producono piante sane. Quando il suolo è in salute, con presenza di una varietà di organismi viventi, è capace di produrre tutto il nutrimento di cui necessita, e tutto il nutrimento di cui le piante necessitano.

Nella fattoria di Navdanya, la materia organica si è incrementata fino al 99%, zinco e magnesio del 14%. Senza apporto esterno, la materia organica viene prodotta dai milioni e milioni di microrganismi che vivono nel suolo. Suoli sani producono piante sane. Le piante sane sono poi in grado di nutrire gli esseri umani.

D’altra parte, la coltivazione fondata sulla chimica ha spinto al declino gli elementi nutritivi dei suoli, ciò che si traduce nel declino dei valori nutritivi dei nostri cibi.

In terzo luogo, sostituendo l’uniformità alla diversità, e sostituendo la nutrizione con la “massa” e il “raccolto”, diminuisce la qualità nutritiva per ettaro e nelle varietà che coltiviamo. La biodiversità viceversa aumenta la qualità nutritiva per ettaro. Le varietà tradizionali riprodotte dagli agricoltori hanno maggiori qualità nutritive e sono più salutari, come recenti ricerche dimostrano.

In quarto luogo, la trasformazione industriale del cibo è, in termini sanitari, una spoliazione di nutrienti e una degradazione dei nostri cibi.

Il riconoscimento della biodiversità come sinonimo di salute determina l’obbligo di proteggere i piccoli agricoltori, i suoli e la biodiversità stessa per il benessere della società.

*Traduzione di Daniele Vannetiello.