Officina dei saperi | Ecologia del tempo. Un nuovo sentiero di ricerca
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Ecologia del tempo. Un nuovo sentiero di ricerca

di Piero BEVILACQUA –

Pubblichiamo la trascrizione della lezione inaugurale del terzo congresso internazionale della European Society of Environmental History, tenutosi a Firenze nel febbraio 2005. Si tratta di un campo di studi che l’autore  non  ha più frequentato, sia per la sordità totale al tema da parte dei colleghi italiani ed europei, sia, soprattutto, perché poi ha dedicato i suoi studi al capitalismo del nostro tempo. Cosa politicamente più utile e necessaria.

1. Il tempo della fabbrica

È noto che prima Ricardo e poi Marx, sviluppando la teoria del valore-lavoro inaugurata da Adam Smith, hanno individuato nel «tempo di lavoro necessario» la fonte originaria della ricchezza.. Nella Gran Bretagna industriale dell’Ottocento, dunque, il tempo di lavoro, la durata della giornata lavorativa dell’operaio, appariva ormai con evidenza la leva dell’accumulazione capitalistica. Inizia così, con la fondazione dell’Economia Politica – tramite la riduzione della ricchezza a valore, e dunque attraverso la sua spoliazione di ogni determinazione naturale – la più colossale rimozione del ruolo della natura nel processo di produzione delle merci. (H. Immler, Natur in der ökonomischen Teorie, Opladen 1985, p. 20 e segg.) Quella rimozione comprendeva, come vedremo, anche un’altra risorsa nascosta: il tempo di lavoro della natura.

Come di solito accade, la teoria economica non faceva che riflettere una realtà materiale ormai consolidata da tempo, anche se non pienamente visibile a tutti. Già nel corso del XVIII secolo, infatti, la caccia al tempo di lavoro dell’operaio da impiegare nella fabbrica si era manifestata con particolare ampiezza proprio nel Paese che per primo si era avviato sulla strada dell’industrializzazione. Si tratta di un fenomeno ben noto ed esplorato. La ricerca storica che si è occupata della rivoluzione industriale, soprattutto di quella inglese, ci ha illustrato con dovizia il lento, contrastato e violento processo attraverso cui gli imprenditori capitalisti hanno finito col soggiogare uomini, donne e bambini alle regole e ai ritmi della fabbrica. Sia pure con intenzionalità conoscitive diverse dalle nostre, già tale ricerca ha messo in luce, come il processo di industrializzazione si è realizzato attraverso un assoggettamento dei bioritmi umani ai tempi artificiali del lavoro di fabbrica.

Ma tale processo ha avuto bisogno di oltre un secolo e di tanta, disumana violenza per affermarsi. In uno saggio fondamentale del 1965, che ricostruiva le origini dell’organizzazione manageriale, Sidney Pollard ha illustrato la lunga lotta intrapresa dagli imprenditori inglesi per piegare il fisico, la mente, i bisogni fisiologici, le naturali irrequietezze della persona allo spazio chiuso e alla durata interminabile della giornata di lavoro. I lavoratori che gli imprenditori cercavano di assoldare, come lamentava un contemporaneo citato da Pollard, manifestavano un «restless and migratory spirit» che impediva loro la desiderata stanzialità all’interno della «factory industry» (S.P ollard, The genesis of modern management. A study of the industrial revolution in Great Britain Aldershot, 19932, p. 161). Ma le factory industry erano allora simili alle workhouse e alle prigioni, e la durata della giornata lavorativa poteva toccare il record delle 18 ore. Piegare uomini e donne a questa feroce detenzione non era facile con la semplice offerta di un misero salario.

Una delle maggiori difficoltà che gli imprenditori incontravano nel tentativo di piegare il tempo naturale, la giornata normale di vita delle persone ai tempi artificiali del lavoro industriale, era dovuta alla presenza delle macchine. Come lamentava Richard Arkwright, sul finire del XVIII secolo, il maggiore ostacolo a una normale attività lavorativa all’interno della nuova fabbrica meccanizzata era costituito dal «desultory habit of work» degli operai, dalla loro incapacità di adattarsi all’«unvariant regularity of the complex automation» (ibidem, p. 183). La necessità per gli operai di seguire il ritmo delle macchine segnava indubbiamente una frattura epocale nella storia del lavoro umano.In Germania, a metà Ottocento, esso apparve ai lavoratori come una deprivazione della qualità del loro mestiere, un passaggio al lavoro ripetitivo della fabbrica meccanizzata (J. Radkau, Technik in Deutschland. Vom 18 Jahrhundert bis zur Gegenwart, Frankfurt, 1989, p. 114).

In effetti, in tutte le epoche passate, per quanto asservito, reso intenso e penoso dal controllo diretto di un qualche padrone, il lavoro di uomini e donne si era sempre servito di strumenti, ma mai aveva dovuto servire delle macchine dotate di un proprio ritmo, di una propria temporalità. E per di più all’interno di una giornata di lavoro che assorbiva in maniera totalitaria tutto il tempo di vita, facendo coincidere il riposo con il sonno notturno. Come ebbe a osservare Edward P. Thompson, brillante storico della classe operaia inglese, nella società precapitalistica, ovunque gli uomini erano in grado di determinare i ritmi della propria vita lavorativa, periodi di lavoro intenso si alternavano a periodi di inattività, a cadenze irregolari e mutevoli di vita.

Questa è stata una delle ragioni fondamentali che hanno spinto gli operai inglesi, per un lungo periodo, a rompere la continuità della presenza in fabbrica, a disertare il lavoro per alcuni giorni la settimana, festeggiando, ad esempio, il «Saint Mondey» (E.P. Thompson, Time, work-discipline, and industrial capitalism, «Past and Present» 1967, n. 38, p. 89). Pratica, del resto diffusa anche nella Germania del XVIII secolo, dove gli operai, dopo il riposo e le baldorie della domenica, festeggiavano il cosiddetto «Blue Montag» (K.A. Otto, Die Arbaitzeit. Von der vorindustriellen Geselleschaft bis zur Krise der Arbeitgesellschaft, Pfaffenweiller, 1989, p. 59).

Ma alla fine, com’è noto, il potere industriale vinse la partita: «In all these ways – by the division of labor, the supervision of labor; fines, bells and clocks; money incentives; preachings and schoolings; the suppression of fairs and sports – new labor habitus were formed, and a new time discipline was imposed» (Thompson, Time, work-discipline, quoted p. 90).

Una nuova organizzazione e durata del lavoro umano era stata fondata ed essa non solo si sarebbe affermata in tutto il resto del mondo occidentale, ma avrebbe plasmato i ritmi e le scansioni temporali dell’intera società.

 

2.Un secolare apprendistato sociale

Come ha già mostrato la ricerca storica, il capitalismo industriale non venne ad appropriarsi dei ritmi vitali degli individui solo con la repressione. Il tempo astratto e coatto della fabbrica era il risultato di un lungo processo non solo economico, ma anche culturale e politico, di trasformazione antropologica degli individui.

Gli uomini del XVIII secolo non provenivano, come Adamo ed Eva, da un luminoso e incondizionato Eden del tempo libero. Essi avevano alle spalle diversi secoli di assoggettamento del loro tempo di vita agli sforzi di regolamentazione del potere politico, delle chiese, dei proprietari terrieri, dei padroni di bottega. E antico, risalente addirittura ad epoche lontane, era lo sforzo compiuto da parte del potere statale di irreggimentare e di piegare il corpo degli individui ai tempi meccanici e innaturali del lavoro coatto e della guerra. In un ampio e anticipatore saggio del 1934 Lewis Mumford ricordava come già nell’antichità i potenti di quell’epoca avessero inquadrato e irreggimentato, sia pure per periodi limitati, moltitudini di esseri umani entro un ordine temporale meccanico (Technics and civilization, New York, 1934, trad.it. Milano 1961, p. 57). Ma, per opinione pressochè unanime degli studiosi, l’avvio della regolamentazione moderna del tempo, del disciplinamento della giornata nella scansione di ore e minuti, della imposizione di una misura astratta della durata non a degli schiavi ma agli uomini liberi dell’Occidente, risale alla regola di San Benedetto. È stato il monaco italiano a inserire nel suo ordine l’horarium destinato a dividere la giornata monastica entro rigide scansioni di obblighi e di compiti che annichilivano la spontaneità della vita. (E. Zerubavel, Hidden rhythmus. Schedules and calendars in social life, Chicago 1981, trad. it. Bologna 1985 p.81 ) Come aveva del resto già illustrato Jacques Le Goff, «Le milieu monastique sourtout… a été le grand maître de l’emploi du temps» (Le Temps du travail dans la «crise» di XIV siècle: du temps médiéval au temps moderne, en «Le Moyen Age», 1963, tome LXIX, p. 607)

Ed era poi il suono delle campane il mezzo tecnico che già allora organizzava le fasi della vita quotidiana della comunità (D. Landes, Revolution in time, Harvard 1983, trad.it. Milano 1984, p. 73). Così la nascente etica del lavoro di una società resa dinamica dal commercio, che incominciava a considerare il tempo in termini utilitari di guadagno, misurabile con il danaro, e influenzata da una severa visione di vita del cattolicesimo medievale, stava gettando le basi alla elaborazione moderna, astratta e meccanica del tempo.

Ma è con l’invenzione, e, soprattutto, con la diffusione sociale dell’orologio, che dal Medioevo sino all’età contemporanea si svolge una lunga epoca nel corso della quale il tempo si emancipa dalla vita quotidiana delle persone, diventa sempre più astratto, divisibile, esterno all’esperienza umana, strumento di ordine e di controllo sociale da parte delle classi dominanti e del potere politico ( C. Cipolla, Clocks and culture, 1300-1700, London 1967). La diffusione delle fabbriche di orologi in Svizzera e l’incremento delle loro produzione a scala ormai industriale, a partire dai primi dell’Ottocento, vengono segnalati dagli studiosi come il definitivo assoggettamento dei cittadini occidentali ai ritmi di un tempo misurabile e comandabile, esterno agli individui (K. Pomian, L’ordre du temps, Paris 1984, ed. it. Torino 1992, pp. 294-95). Si tratta, naturalmente, di un processo di trasformazione nella percezione e nell’uso del tempo che non è solo e puramente tecnologico. La costruzione di un tempo irrigidito, meccanico, strumento di dominio sui corpi è stato minutamente esaminato da Michel Foucault per la tarda età moderna. Esso proveniva da ambienti del potere politico e religioso che individuava nel controllo corporale degli individui e nella divisione del tempo una nuova fisica del dominio (M. Foucault, Surveiller et punir. Naissance de la prison, Paris 1975, trad. it. Torino 1976 p. 134 e segg.). Ma tale tendenza è anche frutto della cultura di un’epoca.

Come hanno messo in luce molti studiosi, a partire da Mumford, nel XVII secolo nasce la nuova scienza sperimentale di Galileo e di Newton, mentre la filosofia di Cartesio inaugura una separazione – gravida di conseguenze – tra soggettività e mondo esterno. elaborando una visione del corpo umano come macchina composta di parti, che poteva essere imitata, riprodotta, fatta funzionare con regolarità temporale. Il pensiero allora smise di indagare i misteri della natura e andò alla ricerca delle sue leggi e delle sue regolarità. Cessò di ricercare la verità e puntò a stabilire l’esattezza dei fenomeni. Ebbene, questa scienza, che contribui potentemente a costruire una immagine astratta e misurabile del tempo, è la stessa che nel corso dell’età contemporanea ha diviso la natura in parti separate, ha distrutto la sua vivente unità, e l’ha assoggettata allo studio strumentale, per lo sfruttamento economico (D. Worster, NaturÈs economy. The roots of ecology, Cambridge, 1985, p. 315).

Nel corso del XIX secolo, con l’espansione del mercato mondiale, con la diffusione dei nuovi mezzi di trasporto, soprattutto della ferrovia, l’intera società viene stretta entro una maglia di calendari, orari e scansioni temporali sempre più precisi e imperativi. Il tempo meccanico, astratto, veloce, della fabbrica si estende a tutto il resto della società. Il tempo del lavoro diventa il tempo universale della vita. Anche la stessa organizzazione dello Stato, con le sue burocrazie e i suoi uffici, la sua organizzazione del lavoro, si è uniformata al tempo astratto che dalla fabbrica nel frattempo si estendeva a tutta la società. (H. Jacoby, Die Bürokratisierung der Welt, Frankfurt/New York, 1984, p. 280).

Dunque, il sistema industriale di fabbrica organizzato dal capitalismo per produrre merci su una scala incomparabilmente più vasta rispetto al passato ha inaugurato un mutamento epocale: un’appropriazione totalitaria del tempo di vita degli uomini ( e, come vedremo, una dimensione e velocità di sfruttamento della natura destinata a crescere indefinitamente.) Finora gli storici hanno sottolineato, di questo grande mutamento, soprattutto le conquiste della tecnologia, la crescita senza precedenti della produzione della ricchezza, lo sfruttamento dei lavoratori. Assai meno l’inizio una nuova storia della vita biologica e psichica degli esseri umani: quello della perdita del controllo personale del tempo della propria vita e il loro assoggettamento a una potenza astratta e totalitaria che li avrebbe rinchiusi entro ferree delimitazioni e ritmi imposti. Gli uomini sottomessi al tempo della società industriale diventavano gli utensili di una nuova epoca di asservimento. E oggi suona paradossale rammentare che, nell’epoca in cui Immanuel Kant indicava come supremo principio etico del nascente illuminismo quello di considerare «l’uomo sempre come fine e mai come mezzo», gli uomini in carne ed ossa stavano per essere trasformati, nella loro grande maggioranza, in mezzi della società industriale capitalistica

 

3. I tempi di lavoro della natura

L’epoca che vede nascere la teoria del valore-lavoro, e quindi l’oscuramento del ruolo delle risorse fisiche nel processo di produzione della ricchezza, è la stesso che assiste al più gigantesco sfruttamento di quello che potremmo chiamare a buon diritto il tempo di lavoro della natura. Lo sfruttamento su larga scala del carbone a scopi di produzione di energia, nel corso del XVIII secolo, dapprima in Gran Bretagna e poi in Belgio e Germania, segna infatti una svolta senza precedenti nella storia della violenza antropica sulla natura. Com’è noto, la vicenda dell’uso del carbone in Inghilterra è molto antica. Negli ultimi anni gli storici dell’ambiente si sono insistentemente occupati dell’inquinamento di Londra provocato, già nel Medioevo, dall’uso domestico del carbon fossile proveniente da Newcastle (P. Brimblecombe, The Big Smoke. A history of air pollution in London since medieval times, Cambridge 1987). Ma, certo, nel XIX secolo questo sfruttamento assume una nuova dimensione. E questo è stato ricordato da tanti storici.

Ciò che vorremo ora sottolineare è un aspetto meno considerato, anche se esso non è sfuggito ad alcuni studiosi. La potenza energetica del carbon fossile e la sua stessa esistenza era interamente fondata sul millenario tempo di lavoro della natura. Erano stati i tempi geologici di trasformazione della sterminata flora diffusa nell’era paleozoica a fornire ai gruppi dominanti dell’epoca un immensa fonte di energia, resa immediatamente disponibile dalla loro capacità tecnica di utilizzo. Artigiani, fornaciai, imprenditori siderurgici e meccanici, fabbricanti chimici ora potevano fare a meno del consumo degli alberi – soggetti a un lento tempo biologico di crescita e di formazione – e ricorrere a una fonte la cui immediata disponibilità e potenza era resa possibile dai milioni di anni di evoluzione della Terra. Essa, formata in epoche remote dal lavoro del sole (J.Martinez-Alier, Ecological economics. Energy, environment and Society, Oxford 1987, trad.it. Milano, 1991, p. 163) non era più soggetta ai cicli di rigenerazione della natura. Il tempo del pianeta veniva ora messo a servizio di pochi e potenti gruppi per scopi produttivi. E, com’è noto, il consumo quotidiano annuo di tale energia – oggi soprattutto del petrolio – corrisponde al consumo irreversibile di materia fossile elaborata dalla terra in centinaia di migliaia di anni (P. Sieferle, Perspectiven einer historischen Umweltforschung, in Id. (a cura di), Fortschritte der Naturzerstörung, Frankfurt 1988, p. 323)

La rapidità del consumo industriale di energia non rigenerabile inaugura dunque una asimmetria temporale drammatica tra evoluzione geologica e tempo della storia umana. Quel breve segmento che è il tempo storico delle società divora con sconvolgente velocità e voracità il tempo geologico della Terra. Come ha osservato Wolfang Sachs, «the timescale of modernity collides with the timescales that governe life and earth…. Industrial time is squarely at odds with geological time» ( Planet dialectics. Exploration in environment and development, London 1999, p. 189).

Ma l’uso del tempo della natura non riguarda solo il mondo fossile. In realtà, per quanto ne sappia, un aspetto importante è sfuggito a tutti i calcoli che hanno sin qui cercato di disvelare l’origine della ricchezza e di misurarne il valore: il ruolo del tempo di lavoro della natura. Eppure oggi a noi appare evidente che in ogni processo di produzione, per fabbricare qualunque tipo di merce – ma anche per rendere disponibile qualunque servizio – dobbiamo consumare una risorsa invisibile: il tempo. L’Economia Politica, come abbiamo visto, ha scoperto il valore del tempo di lavoro degli uomini. Ma il tempo di lavoro della natura è rimasto sepolto nel silenzio. Eppure c’è un tempo del mondo fisico inosservato che opera silenziosamente accanto agli uomini, senza il quale nessuna ricchezza – e ovviamente nessuna esistenza biologica – è possibile. Si tratta di una realtà di cui facciamo quotidiana esperienza ma che non riusciamo a osservare e a valutare. L’agricoltore che getta il seme di grano nella terra compie tale operazione in un determinato tempo di lavoro. E un determinato tempo di lavoro dovrà più tardi impiegare per mietere e trebbiare il grano. Ma quando il seme è nella terra comincia il lavoro segreto e invisibile della natura, l’attività chimica del suolo, che si svolge nell’arco delle stagioni, e poi arriva il contributo della pioggia, dell’aria e dell’evoluzione delle temperature, e infine, per tutto il corso della primavera, il sole è all’opera per la maturazione delle spighe.

Un consumo di tempo lungo una stagione è dunque necessario per produrre la merce grano. Tutto l’immenso lavoro di formazione della fotosintesi clorofilliana, destinata a produrre beni e materiali su cui si eserciterà il lavoro umano di trasformazione, impiega del tempo per esplicarsi. L’acqua di cui quotidianamente facciamo uso è, certo, resa facilmente disponibile – per lo meno nei Paesi ricchi – dai dispositivi di captazione e conduzione realizzate dalle tecniche degli uomini. Ma dietro la sua abbondanza c’è l’innosservato lavoro del sole che diuturnamente solleva dagli oceani masse imponenti di vapore, le quali ritornano al suolo sotto forma di piogge, di fiumi, di sorgenti che restituiscono acqua purificata ed energia motoria agli usi correnti delle persone e delle industrie. E quest’opera silenziosa impiega del tempo.

In uno dei più ambiziosi tentativi di calcolo che la ricerca ambientalista ha compiuto per misurare i servizi e il capitale naturale che l’ecosistema mette gratuitamente a disposizione delle attività economiche, Robert Costanza e altri studiosi hanno giustamente osservato: «A large part of the contributions to human welfare by ecosystem services are of a purely public goods nature. They accrue directely to humans without passing through the money economy at all. In many cases people are not even aware of them. Examples includes clean air and water, soil formation,climate regulation, waste treatment, aesthetic values and good health» (R. Costanza et al., The value of the world’s ecosystem services and natural capital, in «Nature», 1997, n. 387, p. 257).

Questa conquista scientifica è oggi per noi di grande importanza culturale e politica. Mentre le corporations transanazionali tentano di appropriarsi, con ogni mezzo, delle risorse naturali collettive – acqua, biodiversità genetica, patrimonio culturale – noi dobbiamo cercare di mostrare che in realtà tutta l’attività economica, tutta l’appropriazione privata della ricchezza è resa possibile dal lavoro immenso e non pagato del nostro comune ecosistema terra.

Tale acquisizione, tuttavia, non deve nascondere la dimensione temporale che concorre nel processo di produzione della ricchezza. Infatti, se è vero che gli ecosistemi naturali svolgono un ruolo economico che prescinde dal mercato e che non viene valutato, è anche vero che essi apportano un di più di valore, che è ancor meno considerato, e che consiste nel tempo in esse incorporato. In realtà tutte le risorse della terra che sono intorno a noi posseggono un valore economico, che non è semplicemente dato dalle loro qualità naturali presenti, ma anche, e talora soprattutto, dal tempo di lavoro con cui la natura le ha formate. I mari e gli oceani, la presenza delle terre fertili, il patrimonio delle foreste, il numero prodigioso dei semi e delle piante utili, la miracolosa ricchezza della biodiversità genetica sono tutte risorse immediatamente utilizzabili, ma grazie al fatto di essere il frutto di una lunga evoluzione. Anche il ferro, il rame, il marmo, tutti i materiali che entrano nel processo di lavorazione industriale mettono a disposizione delle qualità (durezza, resistenza, flessibilità, ecc.) che sono il risultato di un processo di formazione avvenuto nel tempo. Se tali risorse dovessero essere formate oggi, per essere impiegate nei tempi veloci del processo produttivo presente, ovviamente non sarebbero disponibili. La loro ricchezza non esisterebbe. I tempi di attesa per la loro disponibilità non sarebbero sostenibili. La velocità attuale nella produzione di merci, resa possibile dalle macchine, si infrangerebbe nella indisponibilità di materiali ottenibili, spesso, solo su una scala temporale di milioni di anni. Senza dire che le stesse macchine sono costruite con materiali appartenenti alla storia remota della Terra. Mentre l’energia è sempre tempo di lavoro della natura, che sia solare o fossile, idrica o eolica. Dunque noi non possiamo vivere sulle risorse del presente, se non in piccola parte. In realtà utilizziamo i millenni di tempo che hanno operato senza di noi. Utilizziamo una ricchezza invisibile che non è producibile da nessuna attività umana. Come ha scritto il fisico italiano Enzo Tiezzi, noi sfruttiamo quella «ricchezza che il mirabolante numero di relazioni della storia evolutiva ha costruito nel tempo» (E. Tiezzi, Fermare il tempo. Un’interpretazione estetico-scientifica della natura, prefazione di I. Prigogine, Milano 1996, p. 8).

Il tempo è dunque una risorsa necessaria e ineliminabile nel processo di produzione della ricchezza ed esso è stato sempre considerato, anche, come uno dei suoi maggiori ostacoli. L’uso crescente delle macchine, a partire dalla rivoluzione industriale, non è che uno sforzo continuo, a una scala sempre più vasta, di superare i tempi della natura per rendere più veloce il processo di produzione di merci.La continua sostituzione del lavoro umano e di quello animale, con macchine mosse da una energia meccanica esterna – sia attraverso l’acqua che con il vapore, più tardi con il motore a combustione interna, ecc. – ha avuto non soltanto lo scopo di fornire potenza, continuità, precisione, velocità alla lavorazione industriale. Si è trattato di sostituire un tempo di lavoro naturale, lento, subordinato ai vincoli biologici del corpo umano o animale, con un lavoro svincolato dai limiti della natura. Le macchine non sono che sostituzione di tempo naturale con tempo meccanico. Nelle macchine è incorporata la moltiplicazione del tempo di lavoro e insieme quello della stessa riproduzione del lavoro organico. Esse rivoluzionarono la temporalità anche perché sostituirono il tempo di riproducibilità fisica degli uomini e degli animali da lavoro. Quanto tempo era necessario per allevare un uomo, un cavallo, un bue? L’industria per la produzione di macchinario spazzò via queste durate, questi tempi di attesa. Il tempo di sfruttamento della natura si svincolava dalla natura stessa, inaugurando la funesta illusione della possibilità infinita dello sfruttamento delle risorse.

 

4. L’età dell’accelerazione

Nel corso del XX secolo la ricerca sociologica ha denunciato i danni che la velocità crescente del lavoro di fabbrica e della vita sociale produce sugli individui. «No doubt – rammentava un sociologo indiano nel 1943 – machine and speed in many branches of production and departments of life have reached beyond the capacity of man and his social habitus to adapt, and this has increased the incidence of nervous instability and breakdown and of social disintegration» (R. Mukerjee, Time, technics and society, in «Sociology and social research», 1943, n. 27, p. 262) La diffusione dello Scientific Management di Friedrick W. Taylor nell’industria degli USA, le sviluppo delle fabbriche di Ford e la diffusione di massa dell’automobile hanno potentemente accelerato i tempi del lavoro produttivo e della mobilità degli individui sul territorio. E quel grande mutamento inaugurato dall’America, diffusosi nell’Occidente, è stato ampiamente analizzato e discusso. Ma, forse solo con l’eccezione di Mumford, la ricerca non ha afferrato in quale misura la crescente velocità dell’attività produttiva, dei mezzi di trasporto, e dei movimenti individuali e collettivi apriva una nuova era nello sfruttamento della natura. Se non mi inganno è a partire da Barry Commoner che noi abbiamo compreso che la velocità di sfruttamento delle risorse naturali non era più compatibile con il tempo della loro rigenerazione.La velocità era diventata una nuova minaccia. Il cerchio non si chiudeva più. (B. Commoner, The closing circe. Nature, man & technology, 1971).

E tuttavia gli studiosi che hanno privilegiato, nell’analisi di questa fase storica, la condizione sociale dei lavoratori, hanno cancellato una parte decisiva del tempo di lavoro umano utilizzato nel processo di produzione della ricchezza. Ad esempio, il lavoro domestico delle donne: quel tempo di vita che le donne destinano alla riproduzione della forza lavoro – sia con la gestazione, il parto, l’allevamento dei figli, sia con la gestione della casa per rendere i maschi pronti per il lavoro esterno – è stato espunto, per tutta l’età contemporanea, da ogni valutazione e da ogni calcolo. Il tempo naturale, in casa, che precede e prepara il tempo di lavoro produttivo, in fabbrica o in ufficio, non è considerato tempo produttivo di ricchezza. Il tempo di lavoro delle donne, che rende possibile ogni lavoro, subisce la stessa cancellazione del tempo di lavoro della natura. La vita e il lavoro per la vita restano fuori dalla valutazione economica, anche se ne costituiscono la condizione imprescindibile.Una svalutazione che continua ancora oggi, nonostante la parziale liberazione dal lavoro familiare, grazie agli elettrodomestici, e il significativo ingresso delle donne nel lavoro produttivo e nei servizi.

Tuttavia, la grande novità del XX secolo è un’altra. Le lotte, la lunga resistenza sociale degli operai ai ritmi della fabbrica e della società sempre più meccanizzata, ha portato – com’è noto – alla diminuzione dell’orario di lavoro, alla nascita del tempo libero. Una conquista sociale dei lavoratori, ma al tempo stesso una necessità per trasformare gli operai in consumatori di dei beni da essi stessi prodotti. Com’è noto, a partire dagli anni ’30, e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, per l’industria capitalistica diventa importante non solo accelerare i tempi della produzione, ma anche quelli del consumo. Il tempo perduto con la diminuzione dell’orario di lavoro, da parte degli imprenditori, viene ampiamente recuperato con la sempre più ampia capacità produttiva delle macchine, mentre acquista un nuovo valore strategico il tempo di vita, esterno al lavoro, dei consumatori.Condizione fondamentale per tenere in piedi la poderosa macchina della produzione capitalistica è la possibilità di una dilatazione infinita della capacità di consumo di una massa crescente di individui. E questa dilatazione non è solo affidata alla conquista spaziale di nuovi mercati, ma anche alla rapidità temporale del consumo: alla velocità con cui i singoli consumatori rendono obsoleti i beni acquistati. Oggi, il profitto si realizza grazie a una sempre più rapida trasformazione delle risorse naturali in merci e la metabolizzazione di questi in rifiuti. Diminuire il tempo di obsolescenza delle merci – che è l’equivalente della velocità di distruzione della natura – è una condizione imperativa del cosiddetto sviluppo. Il motore nascosto di questa necessità sta nel fatto che il processo circolare Danaro-Merce-Danaro, quanto più è veloce, tanto più rapidamente realizza la valorizzazione del capitale.

Oggi incomincia ad apparire chiara la trappola in cui gli uomini e la natura sono prigionieri. Le risorse naturali devono essere distrutte a velocità crescente – sia nella fase della produzione che in quella del consumo – mentre gli uomini sono costretti a un uso sempre più vorace del loro tempo. Un tempo che non viene soltanto assorbito dall’orario di lavoro, ma anche dal tempo libero, dal processo di consumo. Com’è stato acutamente osservato, «beyond a certain number, things can become the thieves of time. Goods both large and small must be chosen, bought, set up, used, experienced, maintained, titied away, dusted, repaired, stored, and disposed of. Even the most beautiful and valuable objects gnaw away the most restricted of all resources: time» (O. Sachs, Planet dialectics, quoted, p. 211). Anche gli strumenti che al loro apparire sembrano dover risolvere i nostri problemi di mancanza di tempo non fanno che accrescere le operazioni che ce lo sottraggono. Si pensi ai cellulari, ai computer portatili collegabili, ai vari dispositivi che ci tengono in rete. (L. Baier, Keine Zeit. 18 Versuche über die Beschleunigung, München, 2000, trad.it. Torino, 2004, p. 87). In realtà la divisione che per tanto tempo ha separato il tempo di lavoro dal tempo di vita, il tempo pubblico da quello privato, è stata abolita. Il lavoro e il consumo divorano giorno e notte il nostro tempo. È questo forse il più grande paradosso della nostra epoca: mentre il capitalismo ha realizzato un gigantesco processo di sostituzione del lavoro umano con quello meccanico ed elettronico, gli uomini sono sempre più privi di tempo.

Appare dunque evidente che il tempo è oggi la chiave di volta della sostenibilità. Occorre risparmiare tempo per la vita degli uomini e rallentare i processi per rendere rigenerabili i cicli della natura. Occorre tagliare i tempi di lavoro e di consumo degli uomini per liberarli da una insostenibile schiavitù. E occorre liberare la natura da un assedio «consumistico»sempre più distruttivo. Occorre risparmiare tempo, ridurre la velocità, per salvare la nostra civiltà.